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Dalla frammentazione all’unità di classe: costruire una volontà collettiva di Maurizio Ceccio

Le lotte esistono, le ragioni per lottare non mancano. La sfida è trasformare i conflitti particolari in un progetto comune di emancipazione sociale.

In Francia, le mobilitazioni stanno mettendo insieme lavoratori, studenti, servizi pubblici e rivendicazioni salariali. In Spagna, la crisi abitativa è diventata una questione di massa: il diritto alla casa si intreccia con i salari, la precarietà e il futuro delle giovani generazioni, per questo l’11 novembre prossimo è stato annunciato uno sciopero generale nazionale.
E in Italia?
Anche nel nostro Paese non mancano le ragioni per lottare. I salari reali restano sotto pressione, milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, gli affitti e il costo della vita erodono il reddito, la sanità e i servizi pubblici attraversano una crisi strutturale, i giovani sono costretti a convivere con la precarietà o ad abbandonare il proprio territorio, mentre fabbriche e interi distretti industriali affrontano crisi profonde.
Eppure, ciò che si percepisce è una persistente frammentazione del conflitto sociale.
Scioperi nella scuola, vertenze nelle fabbriche, proteste nella sanità, mobilitazioni nel pubblico impiego, lotte contro i licenziamenti, battaglie per il diritto alla casa. Tante lotte, spesso separate, che faticano a riconoscersi come parti di una medesima condizione sociale.
Dobbiamo porci una domanda: perché una crisi che coinvolge così ampiamente la società non riesce a tradursi in una mobilitazione realmente collettiva?
Si sente dire spesso che in Italia non si facciano scioperi generali. Non è così: gli scioperi generali si fanno. Il problema è un altro, ed è forse più profondo. Riguarda la difficoltà di trasformare migliaia di conflitti particolari in un unico conflitto generale, capace di mettere in discussione i rapporti sociali ed economici che li alimentano.
Il problema dell’operaio non è separato da quello del precario; la condizione dell’insegnante è legata a quella dello studente; il lavoro del dipendente pubblico e la qualità dei servizi di cui usufruisce l’utente sono questioni strettamente connesse.
Sono aspetti diversi di una stessa realtà sociale.
Per questo dobbiamo tornare a parlare di classe.
Non come di una categoria appartenente soltanto al passato, ma come della capacità di riconoscere interessi comuni all’interno di una società che tende a dividerci: lavoratori contro lavoratori, giovani contro anziani, pubblico contro privato, italiani contro migranti, precari contro disoccupati.
La classe non è soltanto una condizione materiale condivisa. È anche la possibilità di riconoscere quella condizione, comprenderne le cause e organizzarsi per trasformarla.
Per questo oggi il punto non è semplicemente proclamare uno sciopero generale. Occorre costruire le condizioni sociali, culturali e organizzative affinché sso possa diventare uno strumento di una mobilitazione più ampia, inserita in un progetto di trasformazione della società.
Siamo ancora lontani da una simile prospettiva. Ma proprio per questo dobbiamo affrontare la questione, senza attendere che siano le contraddizioni del sistema a produrre automaticamente una risposta collettiva.
Le lotte esistono. Il compito è costruire la loro unità.

Una delle spiegazioni possibili della frammentazione del conflitto sociale è l’indebolimento della coscienza di classe. Ma non possiamo limitarci a constatarlo: dobbiamo comprenderne le cause e individuare gli strumenti per superarlo.
La coscienza di classe non scende come “manna” dal cielo, né nasce automaticamente dal peggioramento delle condizioni materiali. Si costruisce attraverso l’esperienza, il confronto, l’organizzazione e il conflitto sociale.
Oggi il mondo del lavoro è profondamente frammentato. Contratti differenti, esternalizzazioni, appalti, precarietà, discontinuità occupazionale e indebolimento dei luoghi di aggregazione rendono più difficile riconoscersi in una condizione comune. Problemi che hanno origini strutturali vengono così vissuti come difficoltà individuali, da affrontare attraverso soluzioni individuali.
Ognuno per sé.
E quando i problemi vengono percepiti come individuali, anche le risposte tendono a esserlo. Le lotte si organizzano per comparti, le vertenze procedono separatamente e la solidarietà fatica a tradursi in una strategia comune.
Il sistema economico, tuttavia, non funziona secondo la stessa frammentazione. Fabbrica, logistica, commercio, servizi, finanza e pubblica amministrazione sono attraversati da rapporti e interessi interconnessi. Le filiere produttive, i flussi finanziari e le scelte di politica economica condizionano contemporaneamente settori diversi.
Il capitale può sfruttare questa interdipendenza, mentre i lavoratori spesso si trovano a combattere separatamente.
Possiamo così avere cento vertenze senza riuscire a costruire un movimento unitario.
A questa frammentazione si accompagna una questione culturale e politica. La classe dominante non esercita il proprio potere soltanto attraverso il controllo delle risorse economiche e delle istituzioni, ma anche attraverso la capacità di presentare un determinato ordine sociale come naturale, inevitabile e privo di alternative.
Se un lavoratore pensa che il proprio problema riguardi soltanto lui, il conflitto rimane confinato nella dimensione individuale. Se invece comprende che la sua condizione è condivisa da milioni di altre persone e che esistono cause strutturali comuni, si apre una possibilità diversa: il problema individuale diventa questione sociale.
Questo passaggio non è automatico. Richiede luoghi di discussione, esperienze condivise, organizzazioni capaci di interpretare i bisogni e strumenti attraverso cui trasformare la consapevolezza in azione.
La coscienza collettiva si sviluppa proprio in questo processo: riconoscere le contraddizioni, comprenderne le cause, individuare interessi comuni e organizzarsi per perseguirli.
Non basta, quindi, che milioni di persone vivano difficoltà simili. Occorre che possano riconoscere i legami tra quelle difficoltà e costruire una risposta comune.
È un lavoro politico, culturale e organizzativo.

Ma quali obiettivi possono unire oggi le lotte nel nostro Paese?
Occorre costruire una piattaforma sociale che parta dalle condizioni materiali delle persone e renda evidente ciò che accomuna vertenze apparentemente distanti. Non un elenco astratto di rivendicazioni, ma un progetto capace di collegare salario, casa, servizi pubblici, stabilità occupazionale, produzione e tempo di vita in una prospettiva comune.
A mio avviso, le questioni seguenti possono costituire una base di partenza.

  1. In Italia si può avere un lavoro e continuare a perdere potere d’acquisto. Le dinamiche salariali degli ultimi anni hanno mostrato quanto sia fragile un modello economico fondato anche sulla compressione dei salari come strumento di competitività.
    Le dichiarazioni rese da Mario Draghi durante l’audizione parlamentare del marzo 2025, nelle quali ha richiamato la scelta di mantenere bassi i salari per competere con gli altri Paesi europei, riportano al centro una questione fondamentale: quale modello di sviluppo si costruisce quando la competitività viene perseguita comprimendo il reddito di chi lavora?
    È un tema che merita un approfondimento specifico. Qui è sufficiente ribadire un principio: lavorare deve consentire di vivere dignitosamente. Il salario non deve essere considerato una variabile da comprimere sistematicamente per sostenere la competitività delle imprese.
  2. La casa non può essere considerata soltanto una questione individuale. Quando una parte consistente del salario viene assorbita dall’affitto o dalla rata del mutuo, la questione abitativa diventa inevitabilmente anche una questione salariale e sociale.
    Chi non può permettersi una casa incontra ostacoli nell’autonomia personale, nella formazione di una famiglia, nella possibilità di trasferirsi per lavorare e nella costruzione del proprio futuro.
    Il collegamento tra salari e abitazione è evidente: un reddito insufficiente e un costo della casa insostenibile concorrono a determinare la stessa condizione di impoverimento.
    La lotta per il diritto alla casa deve quindi entrare a pieno titolo in una piattaforma comune del mondo del lavoro, insieme alle politiche abitative pubbliche.
  3. Non esiste benessere reale se per curarsi bisogna aspettare mesi o ricorrere a prestazioni private che non tutti possono permettersi. Non esiste uguaglianza sostanziale se il luogo in cui si nasce determina la qualità della sanità, della scuola, dei trasporti e degli altri servizi disponibili.
    Difendere i servizi pubblici significa difendere una componente fondamentale del reddito di milioni di persone.
    Quando un servizio viene ridotto o smantellato, le famiglie e i singoli cittadini devono pagare privatamente ciò che prima potevano ottenere attraverso il sistema pubblico.
    La difesa della sanità, della scuola, dei trasporti e dei servizi locali riguarda quindi l’intera società e deve diventare un terreno di convergenza tra lavoratori, utenti, studenti e comunità territoriali.
  4. Il lavoro precario in Italia presenta uno scenario drammatico: contratti brevi, salari insufficienti e nessuna certezza sul futuro.
    La precarietà non è soltanto una condizione contrattuale: condiziona l’intera esistenza degli individui. Rende più difficile costruire una vita indipendente, accedere a una casa, programmare il futuro, coltivare relazioni sociali e partecipare alla vita collettiva.
    Un lavoratore ricattabile è spesso anche un lavoratore che incontra maggiori ostacoli nell’organizzarsi, nell’iscriversi a un sindacato, nel denunciare un abuso o nel partecipare a uno sciopero.
    Per questo la lotta alla precarietà è anche una lotta per la democrazia nei luoghi di lavoro. Senza sicurezza reddituale, materiale e diritti effettivi, la libertà di organizzarsi rischia di rimanere soltanto formale.
  5. Un Paese che dismette interi comparti industriali perde salari, competenze, autonomia produttiva e prospettive di sviluppo per i territori.
    Non possiamo lasciare che ogni crisi aziendale venga affrontata come una vertenza isolata. Una fabbrica che chiude non è soltanto un problema degli operai che vi lavorano: riguarda l’indotto, il commercio locale, i servizi, le famiglie e il futuro dell’intera comunità.
    La questione non è soltanto difendere il singolo posto di lavoro, ma riconquistare la capacità di incidere sulle scelte produttive.
    Finché chi produce la ricchezza resterà escluso dalle decisioni fondamentali sulla produzione, sull’organizzazione del lavoro e sulla destinazione dei profitti, il potere economico continuerà a concentrarsi nelle mani di chi controlla i mezzi di produzione.
    La classe operaia deve tornare a essere un soggetto politico ed economico capace di incidere nelle decisioni che determinano il futuro produttivo del Paese.
    Questo significa anche discutere di investimenti, riconversione industriale, tutela ambientale, politiche pubbliche e redistribuzione della ricchezza prodotta. Non basta opporsi alle chiusure: occorre rivendicare un modello di sviluppo orientato ai bisogni collettivi e non esclusivamente al profitto privato.
  6. C’è infine una questione di cui parliamo troppo poco: il tempo.
    Quanto della nostra vita appartiene al lavoro? Quanto ne rimane per i figli, gli affetti, lo svago, la partecipazione politica e la comunità?
    La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario non è soltanto una rivendicazione sindacale. È una questione che riguarda la distribuzione della ricchezza, il progresso tecnologico e la possibilità di vivere una vita meno subordinata alle necessità lavorative.
    Se l’innovazione aumenta la produttività, dobbiamo domandarci chi beneficia di questo progresso e come vengono distribuiti i suoi risultati.
    Una società nella quale la tecnologia produce ricchezza, ma le persone continuano a essere condizionate dai ritmi lavorativi e dall’insicurezza economica, non realizza pienamente le proprie possibilità.
    Ridurre l’orario di lavoro a parità di salario significa rivendicare che una parte dei guadagni della produttività si traduca in tempo liberato per tutti, anziché concentrarsi esclusivamente nei profitti dei privati.
    È anche una condizione per rendere possibile una partecipazione politica e sociale più ampia, perché chi è costretto a dedicare quasi tutto il proprio tempo al lavoro per sopravvivere dispone di minori possibilità di partecipare alla vita collettiva.

Questi punti non costituiscono una piattaforma definitiva. Sono una base di discussione, da verificare, articolare e costruire insieme ai soggetti che dovrebbero sostenerla.
Il loro significato sta soprattutto nel collegamento tra le rivendicazioni: salario, casa, lavoro, servizi pubblici, industria e tempo non sono compartimenti separati, ma dimensioni di una medesima condizione sociale.

A questo punto, a mio avviso, dovremmo chiederci: chi deve costruire l’unità dei lavoratori?
La risposta è che questa unità non nasce spontaneamente. Deve essere costruita attraverso un processo nel quale le avanguardie delle organizzazioni sindacali, partiti, movimenti sociali e comunità territoriali svolgano funzioni differenti, ma capaci di convergere su obiettivi condivisi.
Il sindacato resta uno degli strumenti fondamentali attraverso cui i lavoratori possono difendere i propri interessi, ma deve saper raggiungere anche chi è più difficile da organizzare: i lavoratori degli appalti, i precari, i dipendenti delle piccole imprese, chi è costretto a cambiare continuamente occupazione e quanti sono rimasti ai margini della rappresentanza tradizionale.
Occorre superare la frammentazione delle vertenze, costruendo convergenze concrete tra categorie e settori diversi. Questo non significa cancellare l’autonomia delle organizzazioni sindacali o pretendere che ogni conflitto abbia le stesse caratteristiche. Significa riconoscere che molte rivendicazioni particolari possono rafforzarsi reciprocamente se vengono inserite in una piattaforma sociale condivisa.
Anche le organizzazioni politiche hanno una responsabilità decisiva.
Un partito che voglia rappresentare e organizzare il mondo del lavoro non può limitarsi a parlarne durante le campagne elettorali. Deve essere presente nei luoghi in cui quel mondo vive: fabbriche, uffici, quartieri popolari, scuole, università e territori.
Deve ascoltare le vertenze, elaborare proposte concrete, formare persone, creare occasioni di partecipazione e costruire relazioni che resistano anche quando non ci sono elezioni.
Senza radicamento sociale, la politica rischia di parlare dei lavoratori senza parlare con loro. E senza un progetto capace di collegare le rivendicazioni immediate a una prospettiva generale, il conflitto può rimanere confinato nella difesa dell’esistente.
Lo stesso vale per i movimenti civici. Le mobilitazioni spontanee possono rendere visibili problemi ignorati dalle organizzazioni tradizionali e coinvolgere persone che non partecipano abitualmente alla vita sindacale o politica. Ma perché la loro forza non si esaurisca nella protesta, occorre costruire alleanze durevoli, capaci di trasformare le convergenze occasionali in esperienze organizzate.
L’unità di classe non si costruisce a livello nazionale se non si sviluppa nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle città e nei territori.
Un’assemblea tra lavoratori di settori differenti, un coordinamento tra chi difende una fabbrica e chi lotta contro la precarietà, una rete tra sindacati, associazioni e comitati studenteschi possono creare occasioni di incontro tra persone che altrimenti non avrebbero modo di riconoscersi in una condizione comune.
Il territorio può diventare così il luogo in cui le singole vertenze smettono di essere isolate e iniziano a dialogare, senza perdere le proprie specificità.
Servono strutture capaci di tenere insieme le persone anche il giorno dopo una manifestazione, e quello successivo ancora. Perché un movimento di massa non si misura soltanto dal numero di partecipanti a una giornata di protesta, ma anche dalla sua capacità di organizzarsi, elaborare obiettivi e mantenere viva la partecipazione nel tempo.

Naturalmente, tutto questo si scontra con un problema evidente: le nostre divisioni.
La competizione tra sigle sindacali, le divergenze politiche, le iniziative che non riescono a coordinarsi, la distanza tra i gruppi dirigenti e chi vive quotidianamente i problemi del lavoro sono ostacoli reali. Non possono essere ignorati, né liquidati attribuendo ogni responsabilità alla mancanza di volontà dei singoli.
Le differenze politiche e sindacali non scompariranno per decreto. E non è necessario che scompaiano.
L’unità di classe non richiede uniformità di pensiero, identità organizzativa o adesione a un’unica visione politica. Richiede la capacità di individuare obiettivi comuni, riconoscere le rispettive autonomie e costruire rapporti di fiducia attraverso pratiche concrete.
Su determinate questioni, la forza collettiva può prevalere sulle divisioni senza cancellarle.
È un lavoro difficile, perché implica la disponibilità a confrontarsi, ascoltare e riconoscere che nessuna organizzazione, da sola, può rappresentare l’intera complessità del mondo del lavoro e soprattutto può ottenere risultati notevoli.
Ma è proprio qui che si misura la capacità di trasformare l’appello all’unità in una pratica politica concreta.
Uno sciopero generale può essere proclamato con un comunicato. La sua capacità di coinvolgere realmente il mondo del lavoro, però, dipende da un processo molto più lungo: rivendicazioni comprensibili, assemblee preparatorie, coordinamento tra categorie, solidarietà tra chi sciopera e chi rischia di rimanere escluso.
Soprattutto, serve fiducia nella possibilità che l’azione collettiva produca risultati.
Questa fiducia non si costruisce in un giorno. Nasce quando una vertenza ottiene un risultato, quando un lavoratore scopre di non essere solo, quando un’assemblea diventa un luogo in cui discutere e decidere davvero.
Per questo lo sciopero generale non dovrebbe essere considerato soltanto una data sul calendario, ma il risultato di una mobilitazione capace di collegare il conflitto nei luoghi di lavoro a una domanda più ampia di giustizia e trasformazione sociale.
Non è lo sciopero, da solo, a creare l’unità. È il processo attraverso cui si costruisce l’unità a rendere possibile uno sciopero generale realmente incisivo.

Qui torna attuale una questione centrale del pensiero gramsciano: come passare dalla somma degli interessi particolari alla costruzione di una volontà collettiva?
Non basta che milioni di persone condividano difficoltà simili. Occorre che possano riconoscere i legami tra quelle difficoltà, discuterne le cause, elaborare obiettivi comuni e dotarsi degli strumenti necessari per perseguirli.
È un processo politico, culturale e organizzativo nel quale la coscienza non precede necessariamente l’esperienza, ma può svilupparsi attraverso di essa, quando esistono organizzazioni capaci di darle continuità e orientamento.
La trasformazione sociale non deriva automaticamente dalle contraddizioni economiche. Richiede la capacità di interpretarle, costruire alleanze, elaborare una visione del mondo e trasformarla in una forza organizzata.
L’egemonia non consiste nell’affermare solo i propri interessi, ma anche nel costruire una prospettiva capace di collegare bisogni diversi e di conquistare consenso attorno a un progetto generale di trasformazione.
La questione, dunque, non è soltanto come unire le lotte dei lavoratori, ma come costruire un progetto nel quale possano riconoscersi anche altri gruppi sociali che condividono interessi e contraddizioni con il mondo del lavoro.
La casa, l’ambiente, la sanità, la scuola, i trasporti, la precarietà e il futuro delle giovani generazioni non sono questioni estranee al conflitto di classe. Sono terreni sui quali si manifestano contraddizioni che attraversano l’intera società.
Il compito è individuare i nessi tra queste questioni e trasformarli in una piattaforma comune, capace di tenere insieme le rivendicazioni immediate e una prospettiva organica di cambiamento generale.
Il tempo degli appelli generici all’unità è finito. Occorre lavorare alla sua costruzione concreta: assemblee aperte, coordinamenti territoriali, piattaforme condivise, obiettivi verificabili e luoghi di partecipazione nei quali possano incontrarsi anche coloro che oggi non si riconoscono in nessuna organizzazione.
Le differenze non devono diventare un pretesto per rinunciare a collaborare. Al contrario, il confronto tra esperienze diverse può diventare una risorsa, se orientato alla costruzione di obiettivi comuni e sostenuto da pratiche democratiche.

In conclusione, per riassumere, torniamo allora alla domanda iniziale.
Perché, nonostante il peggioramento di molte condizioni sociali, in Italia è così difficile trasformare le tante lotte in un unico grande movimento di massa?
Non esiste una risposta semplice. Pesano la frammentazione del lavoro, la precarietà, l’indebolimento dei legami collettivi, le difficoltà delle organizzazioni, le divisioni politiche e la crisi della rappresentanza. Ma nessuna di queste condizioni può essere affrontata limitandosi ad aspettare che qualcosa cambi spontaneamente.
Le lotte ci sono. Le ragioni per lottare ci sono. Gli strumenti per costruire l’unità, invece, devono essere rafforzati e, dove necessario, ricostruiti.
Il compito è trasformare le vertenze in esperienze condivise, le esperienze in consapevolezza, la consapevolezza in organizzazione e l’organizzazione in una volontà collettiva capace di incidere sui rapporti sociali.
Per questo dobbiamo ricominciare a parlare di classe. Non come di una formula da ripetere, ma come di un processo da costruire. Perché quando milioni di persone condividono problemi strutturali, il compito dell’intellettuale collettivo è contribuire a elaborare gli strumenti attraverso cui possano riconoscersi, organizzarsi e agire insieme.
Ed è per questo che un grande sciopero generale non può essere soltanto il punto di partenza di una mobilitazione, né un episodio isolato. Deve rappresentare il risultato di una fase di organizzazione e convergenza e, al tempo stesso, aprire nuove possibilità di lotta.
E, quindi, se il prossimo sciopero generale non fosse soltanto uno sciopero contro qualcosa, ma uno sciopero per un’altra idea di società?
Una società nella quale il lavoro, la casa, la salute, l’istruzione e il tempo siano diritti effettivi; nella quale la ricchezza prodotta collettivamente sia orientata al soddisfacimento dei bisogni sociali e non subordinata esclusivamente all’accumulazione privata; nella quale chi lavora possa partecipare democraticamente alle decisioni che riguardano la produzione e il futuro della comunità.
Una società nella quale la solidarietà non sia un sentimento occasionale, ma una forza organizzata capace di trasformare le condizioni materiali dell’esistenza.
Non sappiamo quanto tempo sarà necessario per costruire questa prospettiva, né possiamo ignorare gli ostacoli che ci attendono. Ma sappiamo che non sarà sufficiente attendere.
Il pessimismo dell’intelligenza ci impone di riconoscere la profondità della frammentazione sociale, le difficoltà dell’organizzazione e la debolezza delle forze capaci di ricomporre il conflitto.
L’ottimismo della volontà ci ricorda, però, che nessuna di queste condizioni è una condanna definitiva.

Melfi 26 ottobre 2026

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