… RICORDANDO LUDOVICO GEYMONAT di Piero De Sanctis
«Ti lascio questo mio
Testamento: cerca il senso
della vita [..] nella lotta».
Nicola Butsev
Partigiano bulgaro impiccato il 17.11.1941
È trascorso circa un quarto di secolo da quando, il Centro Gramsci di Educazione, pubblicò, nel gennaio 2002 il libro, «Il pensiero unitario di Ludovico Geymonat» in occasione del Convegno di Bologna, a lui dedicato nel decennale della sua morte. Era, allora, presidente del Centro il critico d’arte prof. Raffaele De Grada. Il libro nasceva da una forte esigenza di chiarezza dei processi storico-politici che, partendo dagli anni Trenta, arrivasse fino alla riorganizzazione dei movimenti neofascisti e neonazisti già presenti nel 2002 in Italia e in Europa. Processi che affondano le radici nel primo governo Mussolini del 1924, con l’assassinio di Matteotti, Gobetti e l’arresto di Gramsci. Esso rappresentò, nel contempo, un primo esempio di passaggio di un’intera classe dirigente, nata dalle lotte rivoluzionarie Risorgimentali, al fascismo, pur di evitare una rivoluzione socialista.
Geymonat iniziò a testimoniare il suo impegno civile, fin da studente universitario, quando fu firmatario, nel 1929, di una lettera di solidarietà al filosofo Benedetto Croce, segnalandosi così alle autorità fasciste. Dopo aver conseguito la laurea in filosofia (1930) e in matematica (1932), rifiutò di iscriversi al partito fascista e così fu costretto (1934) ad abbandonare il posto di assistente presso la facoltà di scienze dell’Università di Torino. Nel 1935, grazie al conseguimento del premio “Cantoni” di filosofia, bandito dall’Università fi Firenze, entrò in contatto col Circolo di Vienna dove conobbe Hans Reichenbah e Rudolf Carnap, i due maggiori rappresentanti del movimento della teoria dell’Empirismo logico, ovvero, del neopositivismo, al quale, in un primo momento, aderì con entusiasmo, allontanandovisi però, successivamente, per alcune profonde sottovalutazioni che la teoria presentava nei confronti della storia della scienza. Un momento particolarmente importante del percorso intellettuale di Geymonat è rappresentato dalla pubblicazione, nel 1939, del volumetto Ricerche filosofiche i cui testi confluirono nel più sistematico volume Studio per un nuovo razionalismo (1945).
Dopo il ritorno dalla Germania, per risolvere il suo grave problema finanziario, accettò di insegnare matematica e fisica presso l’istituto privato Giacomo Leopardi di Torino, dove ritrovò l’amico Cesare Pavese. Ma nel 1940 ne fu nuovamente «allontanato, perché, una nuova norma prevedeva l’iscrizione al partito fascista. Iscrizione che Geymonat rifiutò. Da allora visse continuando a svolgere traduzioni e lezioni private e, per poi, dopo l’8 settembre, partecipare alla guerra partigiana. Nel 1940 si iscrisse al Partito Comunista impegnandosi, in rima persona, alla Lotta di Liberazione. Durante la Resistenza è stato commissario politico della 105-esima brigata Garibaldi e combatté nei pressi di Barge (Cuneo) e nelle vallate piemontesi, dove la lotta di liberazione fu particolarmente aspra.
Molti studiosi, storici e lavoratori, oggi si chiedono come mai sia stato possibile, a 80 anni dalla Liberazione che l’Italia sia oggi governata dai fascisti? Ecco alcune, ancora attuali, considerazioni e riflessioni di Geymonat, tratte dal suo preziosissimo libro La società come milizia (Ed. Marcos Y Marcos), del 1989 riguardanti la storia della Resistenza: «Una volta che la Liberazione fu attuata su tutto il territorio nazionale molto presto ci rendemmo conto che le cose stavano diversamente. In primo luogo bisognava fare i conti con un dato di fatto che si imponeva in tutta la sua empiricità: buona parte dell’Italia (pressoché tutta l’Italia meridionale fino a Roma) è stata liberata dall’esercito inglese e da quello americano». Anche se nella storia delle insurrezioni delle città italiane, durante la Resistenza, non si può dimenticare il luminoso esempio dell’insurrezione delle 4 giornate di Napoli del settembre del 1943, unico e raro esempio di insurrezione di un popolo condotta senza un piano militare e senza preparazione organizzata. «A questi elementi, occorre poi aggiungere che non tardammo molto a renderci conto che i veri padroni dell’Italia erano per l’appunto i padroni stessi, cioè gli industriali e i possessori delle grandi ricchezze… Nelle epoche di relativa calma sociale sembra infatti che i padroni della società siano i politici, ma in realtà durante le crisi ci si rende ben conto che i veri padroni di una nazione sono coloro i quali posseggono le ricchezze e coloro che detengono i mezzi di produzione, vale a dire industria…Sia durante il fascismo sia dopo la sua caduta i veri proprietari dei mezzi di produzione della nazione non cambiarono…
I grandi industriali di Torino, di Milano e di Genova non persero così una briciola del loro potere economico, sociale e politico e…Mentre i costituenti erano insabbiati a discutere gli articoli della nuova carta costituzionale, la nazione riprendeva a vivere alla luce dei vecchi codici fascisti e delle vecchie leggi. Così i tribunali iniziarono a giudicare (e condannare) molti partigiani applicando con rigore e severità le leggi fasciste, [mentre] all’interno dello stato non fu operata la benché minima epurazione: rimasero in carica gli stessi burocrati, gli stessi magistrati, gli stessi responsabili gravemente compromessi con il passato regime…Quando poi fu approvata e introdotta la Costituzione questo contrasto diviene del tutto evidente e manifesto: esisteva un contrasto tra la Costituzione, che possedeva senz’altro un carattere decisamente democratico e, le vecchie leggi, i vecchi codici, le vecchie procedure fasciste…
Certamente il fascismo di facciata è crollato, ma il fascismo vero, quello che si è radicato nelle strutture dello stato, in una certa mentalità per la gestione del potere, quello che ha creato le proprie gerarchie burocratiche e il proprio apparato di potere, ebbene questo fascismo è uscito pressoché indenne dalla bufera della Resistenza e ha mantenuto intatto il suo potere all’interno dello stato, delle forze di polizia, delle questure, delle carceri e della magistratura. Questo fascismo più profondo e pericoloso ha guidato e controllato ancora una volta lo sviluppo postbellico della nazione». (dal testo della conferenza di Geymonat tenuta il 1° marzo 1988 presso l’Auditorium del liceo scientifico di Gavirate di Varese)
Teramo 21 settembre 2026

