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L’EGEMONIA IN GRAMSCI di Maurizio Ceccio

Oggi, nel dibattito politico contemporaneo domina, almeno, una doppia miseria intellettuale: da un lato il commento superficiale dell’attualità da parte di certi opinionisti da salotto buono, dall’altro l’accademismo sterile, autoreferenziale, incapace di incidere nei reali rapporti di forza. Chi, con uno sforzo intellettuale titanico, ci ha lasciato invece un insegnamento opposto è Antonio Gramsci secondo cui la teoria è un’arma, uno strumento attivo di lotta, che deve entrare nel conflitto storico.

Il metodo di analisi politico-sociale marxista leninista gramsciano non nasce ‘semplicemente’ per “interpretare o descrivere il mondo”, ma per intervenirvi coscientemente, costruendo una egemonia alternativa. Non è un dogma né un modello astratto, ma uno ‘schema’ di lettura concreta, utilizzabile nella militanza politica, sindacale e culturale.

Come è noto, uno dei pilasti dell’analisi gramsciana è il concetto di blocco storico. Gramsci supera la separazione meccanica tra base economica materiale, ossia la struttura, e la sovrastruttura ideologica sostenendo che i rapporti di produzione, le istituzioni, le idee, le pratiche culturali formano un’unità concreta, coerente ma attraversata da contraddizioni.

Ogni assetto sociale, si tiene in piedi perché determinati interessi materiali trovano una traduzione politica e culturale stabile. Nessuna ideologia “funziona” se non è sorretta da rapporti sociali reali e perché questo accada, la classe dominante, oltre a detenere i mezzi di produzione, deve riuscire a diffondere la propria visione del mondo a tutta la società, facendola accettare come “senso comune”, anche a chi non ne trae alcun vantaggio.

E questo è il cuore del pensiero gramsciano, ossia, il concetto di egemonia culturale: il potere non si esercita solo attraverso la coercizione, ma soprattutto tramite la direzione morale e intellettuale della società. Istituzioni religiose, scolastiche, organi di informazione, social network e comunicazione costituiscono, oggi, gli apparati principali attraverso cui una classe dirigente costruisce il proprio consenso. Un consenso che si traduce in organizzazione materiale dell’adesione.

Per Gramsci, la battaglia politica si gioca anzitutto sul senso comune, ossia quell’insieme frammentato e contraddittorio di idee che “la gente comune” utilizza per interpretare il mondo circostante. Dentro il senso comune convivono elementi dell’ideologia dominante e nuclei di esperienza concreta, che Gramsci chiama buon senso. È qui che si aprono le possibilità di rottura: nelle contraddizioni vissute quotidianamente dalle classi subalterne.

Semplificando al massimo il pensiero gramsciano potremmo dire che la politica rivoluzionaria non disprezza il senso comune, ma lo riorganizza elevandolo a coscienza critica.

Ma chi riorganizza il senso comune?

Gramsci rompe definitivamente il mito dell’intellettuale neutrale evidenziando che tutti sono intellettuali, ma non tutti svolgono questa funzione nella società. Gli intellettuali “tradizionali” che si percepiscono come autonomi, spesso legittimano l’ordine esistente, a differenza degli intellettuali “organici” che, invece, sono legati alla classe operaia e ne articolano la visione del mondo.

Lo studio fatto da Gramsci sugli intellettuali lo porta a formulare alcune definizioni del concetto di Stato «che di solito è inteso come Società politica (o dittatura, o apparato coercitivo per conformare la massa popolare secondo il tipo di produzione e l’economia di un momento dato) e non come un equilibrio della Società politica con la Società civile (o egemonia di un gruppo sociale sull’intiera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni cosí dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole ecc.)» [Gramsci, Antonio. Lettere dal carcere (Einaudi tascabili. Saggi Vol. 1663)].

Media, Associazioni, Chiesa, Scuola, non sono zone neutre, ma campi di battaglia. È qui che passa oggi gran parte della coercizione “morbida”, ossia quella che trasforma i rapporti di dominio in normalità condivisa. Capire dove si produce consenso è essenziale quanto individuare dove si esercita il potere.

Oggi, nelle società occidentali avanzate, la conquista del potere non avviene con l’assalto frontale al “Palazzo”, perciò la guerra di posizione – lenta, molecolare, culturale e organizzativa – diventa la forma centrale del conflitto. Questo non significa rinunciare alla conquista, ma avere una strategia: occupare trincee, costruire contropotere, erodere l’egemonia dominante prima della rottura. Tuttavia, bisogna porsi una domanda: il blocco dominante è in crisi di egemonia? E se la risposta è sì, dove si aprono gli spazi di avanzamento?

Le classi subalterne non sono automaticamente rivoluzionarie in senso socialista. Sono frammentate, divise, spesso costrette a vivere l’oppressione come fatto individuale. Senza organizzazione, la subalternità individualista si riproduce di continuo. Per questo il partito – inteso in senso ampio – è l’intellettuale collettivo dove l’unione di teoria e prassi, eleva il senso comune e organizza il conflitto. Non una macchina elettorale fine a sé stessa, ma un organismo pedagogico e politico.

In tempi di disarmo teorico e politico, tornare a un metodo marxista-gramsciano significa riarmare l’intelligenza collettiva, per questo è necessario, dunque, che si analizzi profondamente:

  • quali siano gli interessi materiali che sostengono, oggi, il blocco storico;
  • quali idee riescono a imporsi perché radicate nella struttura sociale;
  • quale sia la classe (o alleanza di classi) che esercita oggi l’egemonia, attraverso quali apparati e con quale equilibrio tra consenso e coercizione indiretta;
  • chi produce e diffonde l’ideologia dominante;
  • quali figure svolgono funzione pedagogica per il potere dominante;
  • se e come si formano intellettuali organici delle classi subalterne.

Queste riflessioni, assolutamente non esaustive, non hanno la pretesa di offrire uno schema compiuto né una linea già data. Vogliono essere piuttosto una traccia di lavoro, un richiamo alla necessità di riaprire una riflessione teorica e una pratica politica all’altezza della fase storica che attraversiamo. In assenza di un’analisi concreta della situazione concreta, ogni opposizione all’ordine esistente rischia infatti di ridursi a spontaneismo sterile o a testimonianza impotente, lasciando campo libero all’egemonia del pensiero dominante, oggi sempre più permeato da una ideologia bellicista che prepara i popoli a una nuova, ultima, catastrofe mondiale.

Da qui l’urgenza di un compito che è insieme difensivo e costruttivo. Difensivo, perché gli operai e i lavoratori più avanzati sono chiamati a difendere le conquiste istituzionali nate dalla sconfitta storica del nazifascismo, ultimo argine formale contro la regressione autoritaria. Costruttivo, perché quelle stesse avanguardie devono lavorare alla formazione di proprie istituzioni politiche, sociali e culturali, capaci di contendere l’egemonia alle classi dominanti sul terreno nazionale ed europeo. Solo un simile processo, fondato sull’unità degli operai e dei lavoratori del continente, può impedire che un sistema monopolistico privato, giunto alla sua definitiva crisi storica, trascini l’umanità intera fuori dalla Storia, consegnandola alla barbarie.

 

Melfi 23/01/2026

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