ANTONIO LABRIOLA di Piero De Sanctis

Gramsci indicava nei “Saggi sul materialismo storico” di Antonio Labriola l’impostazione marxista che occorreva far prevalere per assicurare l’egemonia culturale e il progresso del marxismo.

Ancora oggi, a 113 anni dalla sua morte, il pensiero e l’azione del filosofo Antonio Labriola rimangono sconosciuti a molti studiosi, filosofi e giovani intellettuali. Il suo nome è tutt’ora totalmente ignorato ed espunto dai testi di Storia della filosofia: un esempio per tutti è dato dallo storico della filosofia Eugenio Garin, che nella sua  Storia della filosofia italiana (Ed.Einaudi1966, pag.1240) gli dedica il seguente unico periodo: « Il Labriola invece, dopo talune esperienze herbartiane, approfondiva il significato del marxismo.». Eppure l’irrompere sulla scena mondiale di grandi e popolose nazioni, di movimenti rivoluzionari   e di nuovi e complessi problemi, hanno imposto l’esigenza di riprendere in esame lo studio delle concezioni storico-politiche sia di Gramsci che del Labriola, quest’ultimo ritenuto, non solo da Gramsci, il primo marxista italiano.

Nato a Cassino il 2 luglio 1843, terminò gli studi inferiori nell’Abbazia di Montecassino per poi trasferirsi a Napoli, nello stesso anno dell’Unità d’Italia, per frequentare l’università dove si legò di profonda amicizia con il filosofo Bertrando Spaventa, uno dei capi della cosiddetta Destra storica e della scuola hegeliana di Napoli. Nella casa dello Spaventa conobbe Benedetto Croce che divenne suo allievo e ammiratore.  I primi anni della sua formazione furono influenzati dagli scritti di Hegel, Spinoza, Herbart, dai quali ben presto si distaccò conservando sempre una sua autonomia di pensiero e non si identificò mai con questi pensatori. « E’da studiare – dice Gramsci – come il Labriola, partendo da posizioni herbartiane e antihegeliane, sia passato al materialismo storico. ».  A 23 anni scrisse il saggio sull’Origine e natura delle passioni secondo l’Etica di Spinoza, ed inizia lo studio di Feuerbach che durerà fino al 1869, secondo l’affermazione contenuta nella lettera a Engels del marzo 1894.

Tra il 1869-’70 porta a termine la memoria La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele premiata dalla Reggia Accademia di scienze morali e politiche di Napoli. Sono questi due studi fondamentali dietro i quali si intravede una preparazione seria e vasta, ed una conoscenza precisa delle fonti e del periodo storico relativo, nonché una nascente visione contro ogni sistema filosofico e una chiusura nei confronti di ogni schematismo teorico. Di qui il suo distacco dal sistema chiuso hegeliano e la predilezione per la dialettica come teoria del movimento e sviluppo delle cose inteso ancora in senso idealistico.

Nel 1872, per gravi lutti familiari, è costretto a rinunciare alla cattedra del Ginnasio Marco polo di Venezia. Vive di traduzioni, lavori letterari ed incarichi giornalistici. E’ corrispondente della Nazione di Firenze, dove pubblica, in occasione delle elezioni amministrative a Napoli, le famose Lettere napoletane nelle quali, con grande acume, mette in evidenza i mali, le distorsioni e le insufficienze del nascente Stato italiano e del ceto politico moderato. E’ l’inizio dell’attività pratica politica del Labriola che lo porterà, nel corso degli anni successivi, dalla destra storica, al radicalismo e poi al socialismo.

Le dieci corrispondenze inviate al giornale la Nazione nel 1872, che compongono le Lettere napoletane sono, dunque, un documento di grande importanza per comprendere il suo percorso formativo. Da esso emerge una notevole capacità di valutazione dei diversi aspetti di una realtà complessa, come quella napoletana, e una spiccata sensibilità nell’analisi di questioni politiche concrete. Questa esperienza segnerà anche l’inizio del suo travagliato percorso di lotte politiche che, dall’impegno civile, lo traghetterà fino alla militanza nelle file del movimento operaio.

La crisi economica internazionale del 1873, definita la Grande Depressione,  mise in chiara evidenza la scientificità di una delle tesi del Capitale di Marx, quella della inevitabilità delle crisi economiche periodiche del capitalismo; tesi sempre respinta e rifiutata dagli economisti liberisti. La tanto lodata libertà d’iniziativa privata e del libero-scambio si rivelò nella pratica, secondo una felice espressione di un giornalista tedesco, F. Kumberger, « una libera volpe in un libero pollaio ». Crisi di sovrapproduzione di merci e prodotti industriali che, non trovando assorbimento nei mercati interni ed internazionali per il basso potere di acquisto delle masse popolari, fu all’origine della caduta, nel 1876, della destra storica a cui il Labriola aveva inizialmente aderito. La delusione che seguirà dopo l’andata al potere della sinistra, con la rivoluzione parlamentare di Depretis e l’inaugurazione della politica del trasformismo¹, cioè l’assorbimento di importanti elementi intellettuali provenienti dalla destra a sostegno del governo in carica, porterà il Labriola verso posizioni più avanzate.

Nel 1873 pubblica due opere di filosofia morale, Della libertà morale e Morale e religione che, pur d’ispirazione herbartiana, ne costituiscono un netto distacco dall’astratta e intellettualistica teoria della meccanica psichica di Herbart, che ritiene possibile applicare esatti calcoli matematici, come accade ai rapporti di forze della meccanica, alle complicate rappresentazioni dell’anima. Nel 1874 con Decreto Ministeriale del 28 gennaio, a soli 31anni, viene nominato professore straordinario di Filosofia Morale e Pedagogia nell’Università di Roma e nel 1876 comincia a dare lezioni di diritti e doveri agli operai romani. Pubblica a Roma il volume Dell’insegnamento della storia dal quale emerge con forza non solo la sua preparazione umanistica, ma anche la sua concezione della storia, considerata superiore a tutte le altre discipline in quanto terreno di unificazione della cultura umana. Nel 1878 pubblica, sulla rivista Archivio di statistica,   il saggio Del concetto della libertà, anticipando un tema (sulla libertà) che verrà elaborato compiutamente negli anni successivi quando affronterà la questione dei nessi tra la struttura economica della società e la sovrastruttura politico-culturale. Nell’estate del 1879, per incarico ministeriale, compie un viaggio in Germania per studiarvi l’ordinamento scolastico e simpatizza sempre più con le idee socialiste.

Con Decreto Ministeriale del 5 febbraio 1887 ottiene l’incarico dell’insegnamento di Filosofia della storia nell’Università di Roma. Il 28 febbraio legge la prelezione universitaria I problemi della filosofia della storia in cui sostiene la presenza dello Stato nell’economia, che «equilibrando le forze radicali e conservative, gradui intenzionalmente il progresso, e ne sia una consapevole e volontaria funzione ». Il 12 giugno parla all’Università di Roma contro i tentativi di conciliazione con la Chiesa. Sarà questa una delle sue prime prese di posizione pubbliche non solo contro il crescente pericolo di ingerenza del clero nella vita politica italiana, ma anche per la libertà della cultura contro l’oscurantismo religioso. Grande fu il suo impegno per l’edificazione di un monumento a Giordano Bruno in Campo dei Fiori, dove fu bruciato vivo dall’Inquisizione nel 16002. Il 26 settembre, al Congresso universitario di Milano, tiene una relazione sulla riforma degli studi filosofici in Italia, sostenendo la necessità di collegare lo studio della filosofia, oltre che con le discipline letterarie, anche con la tecnica e le scienze. Il 14 novembre scrive una lettera al deputato Alfredo Baccarini, dichiarandosi « teoricamente socialista » e sostenendo la necessità di un fronte comune tra radicali e socialisti. Il 22 gennaio del 1888, presso l’Università di Roma, tiene la conferenza dal titolo Della scuola popolare e, due mesi dopo, in occasione delle lotte popolari contro l’esplosione della bolla speculativa dell’edilizia, si schiera pubblicamente dalla parte degli operai disoccupati³. Il 16 dicembre dello stesso anno tiene un discorso agli operai delle acciaierie di Terni contro la politica del governo Crispi e a favore della costituzione di un fronte unitario in difesa della democrazia. Nel 1889, al Circolo operaio di studi sociali di Roma tiene la conferenza Del Socialismo, che costituisce e conclude, con la critica del radicalsocialismo francese5,  la fase più significativa del suo socialismo premarxista.

Il 1890 è un anno di svolta per il Labriola, sia riguardo al suo impegno pratico-politico, che alla sua ricerca teorica di approfondimento del materialismo storico. E’ l’inizio della corrispondenza con Federico Engels e l’incontro con Filippo Turati con il quale scrive un messaggio di saluto e di auguri, nell’ottobre dello stesso anno, per il congresso della socialdemocrazia tedesca tenuto presso la città di Halle4. Il partito della socialdemocrazia tedesca era per il Labriola un modello utile a cui  ispirarsi per la costruzione di un partito operaio in Italia e il messaggio di saluto costituiva per lui, oltre ad una manifestazione di internazionalismo, anche un impegno programmatico nella difficile opera di costruzione organica del movimento operaio italiano. Ma proprio sulla concezione del partito ha inizio una lunga polemica con Turati, il quale, come appare chiaramente da una lettera del  Labriola ad Engels  del maggio 1892 afferma: « Turati è un ottimo figliolo, onesto e disinteressato, ma di animo e temperamento esclusivamente italiano, anzi milanese. Conosce assai poco l’ Italia reale, e il rimedio che propone è peggio del male. E’ la vecchia canzone bakuniniana del mettere insieme una combriccola di spostati della borghesia, di malcontenti per temperamento, e di pessimisti per invidia, per formare un partito socialista che vorrebbe poi dire una consorteria di politicanti ». E nel  settembre del 1892, in un’altra lettera sempre indirizzata ad Engels, accusa Turati di desiderare fortemente un partito che abbracciasse tutto e contentasse tutti. Il riferimento che il Labriola fa dell’anarchico russo Bakunin non è casuale, poiché il suo pensiero era riuscito ad influenzare il nascente movimento operaio diffondendo anche in Italia la perniciosa impostazione della lotta politica in termini cospirativi, che aveva già dimostrato la sua sterilità.

Nel 1895, sulla rivista francese del Sorel Le devenir Social, pubblica il primo dei tre saggi In memoria del Manifesto dei comunisti, su cui Engels esprime subito un giudizio favorevole. Si tratta di un grande affresco che ripercorre criticamente tutte le tappe fondamentali che precedettero la nascita del Manifesto dei comunisti, a partire dal socialismo primitivo e utopistico fino al superamento di  tutte queste dottrine e  movimenti. « Il momento in cui si avvera cotesto passare – dice Labriola -, che è un sorpassare intrinsecamente, gli è quello appunto in cui il Manifesto apparisce ». La sua adesione al marxismo, nel momento in cui egli scrive questo primo saggio, è totale e senza ripensamenti, sia per quanto riguarda i concetti di sovrastruttura, di struttura e di stretta unità dell’una con l’altra. Egli dice infatti: « La nuova teoria fu appunto l’opera personale di Marx e di Engels; i quali trasferirono il concetto del divenire storico per processo di antitesi, dalla forma astratta, che la dialettica di Hegel aveva per sommi capi e negli aspetti generalissimi già descritta, alla spiegazione concreta delle lotte di classe; e in quel movimento storico, che era parso passaggio di una in altra forma della sottostante anatomia sociale, ossia da una in altra forma della produzione sociale […]. E ciò perché il proletariato non è un accessorio, un amminicolo, una escrescenza, un male eliminabile di questa società in cui viviamo; ma è il sostrato, la sua condizione essenziale, il suo effetto inevitabile, e, alla sua volta, la causa che conserva e mantiene in essere la società stessa: onde non può emanciparsi, se non emancipando tutto e tutti, ossia rivoluzionando integralmente la forma della produzione ». Il concetto della lotta di classe come forza motrice della storia, tanto inviso ai suoi contemporanei, era ormai acquisito dal Labriola. Egli era a conoscenza dell’importante dato di fatto che la miseria della classe operaia non era diminuita dal 1848 al 1864, sebbene questo periodo non avesse avuto l’uguale per lo sviluppo dell’industria e per l’incremento del commercio7. La trama del ragionamento del Labriola si svolge, dunque, passo dopo passo, progressivamente, mettendo in luce la nuova concezione della storia – il materialismo storico – il quale non va ridotto a un formulario meccanico ( come cercano di fare  i vari sociologi) che dà l’impressione di avere tutta la storia in tasca, né di considerare il momento economico come l’unico momento determinante, poiché, altrimenti, il principio di Marx, che afferma essere  la produzione e la riproduzione della vita reale è nella storia in ultima istanza determinante, si trasformerebbe in una frase astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura, dalle forme politiche della lotta di classe alle forme giuridiche, dalle concezioni filosofiche alle visioni religiose, esercitano altresì la loro influenza sul corso delle lotte storiche. Nel tracciare il cammino del socialismo contemporaneo, il Labriola non poteva non affrontare la questione più importante del momento: conquistare i contadini al socialismo, rimuovendo dalle loro teste l’anticollettivismo. Egli dice, verso la fine del primo saggio:« La eliminazione, o l’accaparramento della industria domestica per opera del capitale; l’allargamento della industria agraria nella forma capitalistica; la sparizione della piccola proprietà, o la sua erosione mediante le ipoteche; il dileguarsi dei demanii comunali; l’usura, le tasse e il militarismo; tutte coteste cose insieme cominciano ad operar miracoli anche in quei crani, presuntivi custodi della conservazione».

Nel 1896 pubblica il secondo saggio Del materialismo storico, Delucidazione preliminare, e il 14 novembre dello stesso anno pronuncia all’Università di Roma il discorso L’Università e la libertà della scienza. In questo secondo saggio il Labriola ci da un quadro dettagliato e approfondito sia del clima culturale, politico e scientifico, al tempo della  pubblicazione del I volume del Capitale di Marx, avvenuta nel 1867,  che della lotta per l’affermazione del materialismo storico, contro le varie contraffazioni e deformazioni. Dice Labriola:« All’apparizione del primo volume del Capitale i professori e gli accademici, specie quei di Germania, n’ebbero come un grave colpo sul capo. Era quello un tempo di languore per la scienza economica. La scuola storica non avea ancora prodotto in Germania i ponderosi e spesso utili lavori venuti in luce più tardi. In Francia, in Italia, nella Germania stessa, menavano vita rachitica i derivati volgarissimi di quella economia vulgaris, che fra il 1840-’60 avea già obliterata la coscienza critica dei grandi economisti classici». E proprio parlando di economia politica ricorda le principali scoperte scientifiche di Marx: la teoria del valore come superamento della teoria economia classica di Ricardo; il concetto di plusvalore come lavoro fatto dall’operaio ma non pagato dal capitalista; la caduta tendenziale del saggio di profitto come caratteristica intrinseca del modo di produzione capitalistico; l’azione combinata e la sostanziale unità tra produzione e circolazione del capitale e la conseguente spartizione del plusvalore prodotto in profitto, interesse e rendita; la distinzione tra valore della merce e prezzo di costo8, ( anche Benedetto Croce non aveva capito la differenza sostanziale tra questi due concetti ), ecc.. Il filo conduttore di tutte queste scoperte è il procedimento dialettico « ed è questo – dice Labriola – il punto scabroso, che mette in tristissima condizione tutti i lettori del Capitale, che nel leggerlo vi portino dentro gli abiti intellettuali degli empiristi, dei metafisici, e dei padri definitori di entità concepite in Aeternum.». Gli anni compresi tra il 1870 e il 1880 – ricorda il Nostro – furono anni di dura lotta contro i sopravvissuti delle vecchie scuole e contro le varie deformazioni del socialismo scientifico. In quegli anni nacque, soprattutto in Francia, una specie di neoutopismo che « come frutto fuori di stagione, fu veramente insipido». Sono anche gli anni in cui Marx ed Engels chiusero i conti con gli anarchici Proudhon e Bakunin, e i blanquisti che attendevano la liberazione dell’umanità dalla schiavitù salariata non dalla lotta di classe del proletariato, ma da congiure di una piccola minoranza di intellettuali. Anche il Labriola dovette combattere intensamente contro le deformazioni e le teorie revisionistiche del suo tempo, sostenute da una parte dai neoidealisti  e Croce e Gentile e dal prof. viennese Max Adler che auspicava un ritorno a Kant e dall’altra, dai cosiddetti ortodossi convinti che la filosofia della praxis potesse essere identificata col materialismo di stampo positivistico. « Il Labriola –dice Gramsci – si distingue dagli uni e dagli altri per la sua affermazione che la filosofia della praxis è una filosofia indipendente e originale che ha in se stessa gli elementi di un ulteriore sviluppo per diventare una interpretazione della storia filosofica generale».

Quando nel 1898 viene pubblicato il terzo saggio sul materialismo storico Discorrendo di socialismo e di filosofia, l’Italia era in piena crisi istituzionale ed economica. Negli ultimi anni del secolo XIX i possedimenti europei in Africa coprivano oltre il 90% di tutto il territorio: la conquista dell’Egitto, del Sudafrica e del Sudan da parte dell’Inghilterra; l’espansione coloniale francese nel Maghreb; quella Belga nel nell’Africa centrale e quella più ridotta tedesca; mentre l’espansionismo italiano, arrivato con decenni di ritardo si concluse, in Etiopia, amaramente con la disfatta del 1 marzo 1896 di Adua e con le dimissioni del governo Crispi, dimostrando, ancora una volta l’intrinseca debolezza del nostro capitalismo. Nel 1900 la spartizione imperialista dell’Africa era un fatto compiuto. Le popolazioni africane che avevano difeso la propria terra e l’indipendenza furono massacrati dai colonialisti, che ora avevano la più ampia libertà di saccheggiare le ricchezze naturali del paese, di sfruttare senza limiti i popoli e di arricchirsi in modo inaudito. Fallito il tentativo di prendere parte alla spartizione del bottino africano, l’accumulazione dei capitali necessari per lo sviluppo industriale e bancario  non poteva non avvenire che a spese del popolo italiano. Le richieste di aumenti salariali e di contratti agrari meno opprimenti, la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro sono ritenute illegittime. Nelle campagne si era abbattuta una crisi agraria, dovuta alle misure protezionistiche del governo, che aveva fatto cadere i prezzi dei prodotti agricoli. Nel maggio del 1898, a Milano, in seguito ad una sciopero proclamato dai sindacati per solidarietà con gli operai che in altre città erano stati feriti e processati per aver richiesto la riduzione del prezzo del pane, scoppia una rivolta popolare repressa nel sangue dalla cavalleria dell’esercito del generale Bava Beccaris su ordine del governo di Antonio Rudinì il quale è costretto a dimettersi.

Il terzo saggio, composto da un insieme di lettere del Labriola scritte contro la revisione del marxismo in polemica con Croce, Gentile, Sorel, Bernstein e Masaryk,  costituisce soprattutto un approfondimento di tutti i temi già trattati nei primi due saggi. Esso assume particolare valore poiché appare nel momento in cui il materialismo storico è sottoposto ad un violento attacco non solo da parte dei suoi avversari, ma anche dai principali esponenti della II Internazionale del livello di Bernstein e Kautsky. A questi ultimi si devono le deformazioni più grossolane e pericolose del marxismo che, iniziate da Bernstein con la pubblicazione nel 1899 della sua opera maggiore I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia e da Kautsky con la pubblicazione dell’opuscolo La dittatura del proletariato del 1918, si sono protratte fino ai nostri giorni, influenzando vasti settori di lavoratori e di classe operaia europea e mondiale. E’ la cosiddetta crisi del Marxismo ( espressione inventata dal poco noto prof. L. Msaryk dell’Università di Praga all’inizio del 1898 e la cui linea di pensiero si riallaccia al positivista Comte, al positivista evoluzionistico Erberto Spencer, ecc.), nella quale al Labriola non sfugge il tentativo di discreditare scientificamente il marxismo, di far arretrare il giovane movimento socialista e di colpire la classe operaia in fermento. Nello scritto a proposito del libro di Bernstein scrive: « Vi sono, per la verità, di quelli che ad ogni pié sospinto si mettono a discutere da capo la teoria del valore, la dialettica, il materialismo storico, la lotta di classe,l’ipotesi catastrofica, l’avvenire del mondo e la società futura. Ma possiamo veramente lasciarci imporre tutti i giorni l’obbligo di fare una revisione critica, ora per ora, di tutta l’enciclopedia?.…[….]. Se l’autore avesse enunciato direttamente la discussione dall’azione pratica, e poi dall’atteggiamento politico del partito, date le condizioni particolari della Germania, sul che noi tutti che non siamo tedeschi possiamo essere mali informati, egli avrebbe fatto un’opera più utile e più utilizzabile,o almeno più facile da discutere. Ma egli ha scritto tutta una professione di fede, ab imis fundamentis (dalle radici più profonde), e mette così coloro che vogliono combatterlo nella necessità di scrivere un intero libro, il che è affare di lunga lena.».

Significative ed esplicite, dettate dalle condizioni politiche del momento, sono le parole scritte in una lettera indirizzata al Croce: « Il socialismo subisce ora un arresto. Ciò non fa che confermare il materialismo storico. Il mondo economico-politico si è complicato. Quel cretino di Bernstein può immaginarsi di aver fatto la parte di Giosuè. Quel buon uomo di Kautsky può illudersi di far la parte di custode dell’arca santa. Quell’intrigante di Merlino può dare a credere di aver servito la causa del  socialismo facendo quella della polizia. Quel Sorel può credere d’aver corretto quello che non ha mai imparato…Ma ditemi un poco in che consiste la novità reale del mondo che ha reso agli occhi di molti evidenti le imperfezioni del marxismo? Qui sta il busillis.»9. Il Labriola chiude questa questione della crisi con le seguenti lapidarie parole: « La crisi del marxismo non è che il sintomo di un fatto semplice e anche comprensibile: taluni se ne vanno e altri si accasciano per via. Auguriamo ai primi buon viaggio e diamo agli altri un buon “cordiale”. Quanto a coloro che si servono di questa espressione come una frase ad effetto, come di un pretesto o di un mezzo comodo per delle insinuazioni, – noi possiamo contentarci di riderne.». Ma tornando agli approfondimenti della teoria marxista relativi al terzo saggio, occorre sottolineare alcuni importanti passaggi, profetici sotto certi aspetti, che dimostrano come Labriola avesse, tale teoria, ormai fatta propria. La filosofia della praxis, dice, è il midollo del materialismo storico: « Il materialismo storico si allargherà, si diffonderà, si specificherà, avrà esso stesso una storia. Forse da paese a paese avrà modalità e colorito diverso. E ciò non sarà un gran male; purché rimanga in fondo il nocciolo, che n’è, come a dire tutta la filosofia. Per esempio, dei postulati come questi: – nel processo della praxis è la natura, ossia l’evoluzione storica dell’uomo:- e dicendo praxis, sotto questo aspetto di totalità, s’intende di eliminare la volgare opposizione tra pratica e teoria :-perché in altri termini, la società è la storia del lavoro, e come, da una parte, nel lavoro così integralmente inteso è implicito lo sviluppo rispettivamente proporzionato e proporzionale alle attitudini mentali e alle attitudini operative, così, da un’altra parte, nel concetto di storia del lavoro è implicita la forma sempre sociale stesso, e il variare di tale forma:- l’uomo storico è sempre l’uomo sociale, e il presunto uomo presociale, o supersociale, è un parto della fantasia:-e così via.»10. Un altro tema che il nostro affronta e sul quale torna più volte, nel corso del terzo saggio, è il carattere unitario del materialismo storico, cioè esso va inteso come unità dialettica di economia, politica e teoria, di cui ne è un esempio geniale il Capitale :«Chi consideri il materialismo storico nel suo insieme, può trovarvi argomento a tre ordini di studii. Il primo risponde al bisogno pratico, proprio ai partiti socialistici, di andare acquistando una adeguata conoscenza della specificata condizione del proletariato in ogni paese, e di commisurare, congruamente alle cause, alle promesse ed ai pericoli della complicazione politica, l’azione del socialismo. Il secondo menare, e menerà di certo, a rinnovare gl’indirizzi della storiografia, in quanto abiliti a ricondurre l’arte sul terreno delle lotte di classe e della combinatoria sociale, che da quella risulta, data la relativa struttura economica, che ogni storico deve d’ora innanzi conoscere ed intendere. Il terzo consiste nella trattazione dei principi direttivi, a comprendere e svolgere i quali occorre di necessità la generale orientazione da voi invocata.».11

Nel 1900-‘901 nel corso universitario della filosofia della storia tratta della situazione mondiale tra ‘800 e ‘900: argomento che avrebbe dovuto costituire il tema del quarto saggio sulla concezione materialistica della storia Da un secolo all’altro rimasto incompiuto. E’ l’ultimo anno che svolge oralmente le sue lezioni, a causa del progressivo aggravamento di un cancro alla gola. Muore a Roma il mattino del 2 febbraio 1904 all’ età di 61 anni. Con la sua scomparsa scompare anche il suo pensiero, e per circa quarant’anni di Antonio Labriola, in Europa, non si è più parlato. In Italia dominava il fascismo e in Germania il nazismo e, nel campo della cultura e degli studi dominava l’idealismo. Erano gli anni in cui si davano alle fiamme soprattutto i testi dei classici del socialismo, una sorta di rito medievale per allontanare lo spettro del comunismo. Il Labriola è stato il primo marxista italiano ad avvertire la necessità di una cultura superiore e, come ci ricorda Gramsci, di sentire «la necessità di elaborare le concezioni più generali e le armi più raffinate e decisive.»12.

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Note

1)Nel suo celebre discorso di Stradella dell’8 ottobre 1882 Agostino Depretis disse : « se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se qualcheduno vuole trasformarsi e diventare progressista come posso io respingerlo?.». Oggi il termine ha assunto una connotazione peggiorativa, indicando fenomeni di corruzione parlamentare di compra-vendita  di deputati e senatori, confusione programmatica, intreccio mafioso-piduista di interessi pubblici e privati, pressioni corporative, affarismo.

2)Labriola aveva partecipato attivamente in quei giorni alla agitazioni anticlericali per la questione del monumento a Giordano Bruno, e fin d’allora aveva avuto l’impressione- come testimonia la lettera a Ghisleri del 23 maggio 1888 – di non trovarsi in buona compagnia. I motivi di questo disagio gli diverranno sempre più chiari, come risulta dalla sua prima lettera ad Engels del 3 aprile 1890: « Liberali e radicali sono pieni di coraggio contro preti inermi e contro deboli monarchi costituzionali; trovano tanto gusto a sognare di Giordano Bruno nelle logge massoniche: solo che per loro la proprietà è sacra; i ministri borghesi, le banche e il militarismo sono per loro inviolabili».

3)Lo scandalo della Banca Romana, denunciato dal deputato Napoleone Colajanni, permise di avviare un’inchiesta, presentata in Parlamento nel novembre 1893, che fece luce sulle responsabilità del governo Crispi,  del governatore della Banca Romana e di numerosi esponenti politici. Il ruolo della banca era diventato quello di finanziare, senza le dovute garanzie, la gigantesca speculazione edilizia che si era abbattuta su Roma, provocando fallimenti a catena, suicidi di imprenditori e una generale crisi economica. Una successiva indagine mise in luce una grande illecita sottrazione  di fondi pubblici per finanziamenti occulti.

4)nel messaggio tra l’altro si legge: «Il proletariato militante procederà sicuro sulla via che mena diritto alla socializzazione dei mezzi di produzione ed all’abolizione del presente sistema di salariato, fidando solo nei suoi propri mezzi e nelle sue proprie forze, e ferma in questa convinzione, ché non gli è dato speranza di progresso intellettuale e morale, né di garanzie di libertà e di costituzione democratica, se non è prima cambiato nei fondamenti l’assetto economico della convivenza sociale.».

5)il radicalismo francese è « il più gran laboratorio di tutte le illusioni, il gran museo di tutti i disinganni politici e sociali del secolo!».

6)ad Aigues-Mortes, una località francese, gruppi di operai italiani immigrati, che avevano accettato di lavorare a salari più bassi di quelli richiesti dai lavoratori francesi, erano stati aggrediti e massacrati da questi ultimi. Seguirono, in Italia, manifestazioni di acceso nazionalismo, che furono apertamente incoraggiate dal governo Crispi. Nella seconda metà del 1893 si diffuse in Sicilia un’organizzazione –denominata Fasci siciliani – costituita di contadini, braccianti e operai delle campagne che, guidata da note personalità di orientamento socialista, chiedeva la formazione di collettività agricole e industriali mediante i terreni incolti dei privati, i beni dello Stato, i terreni tolti alla Chiesa e l’espropriazione dei latifondi con un indennizzo al massimo del 3% del valore dei terreni.. A Castelvetrano la repressione del governo Crispi fu brutale. Essa è passata alla storia come uno dei primi eccidi proletari nella storia del Mezzogiorno dopo l’unità d’Italia.

7)basandosi su questo dato di fatto Marx, nell’ Indirizzo inaugurale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, a Londra nel 1864,  scrisse: «Dappertutto la grande massa delle classi lavoratrici è caduta più in basso, almeno nella stessa misura in cui le classi che stanno sopra di esse sono salite nella scala sociale. In tutti i paesi d’Europa è ora diventata verità dimostrabile a ogni intelletto libero da pregiudizi, che viene contestata solo da coloro che hanno interesse a rinchiudere gli altri in una felicità illusoria, che nessun perfezionamento delle macchine, nessuna applicazione della scienza alla produzione, nessun progresso dei mezzi di comunicazione, nessuna nuova colonia, nessuna emigrazione, nessuna apertura di nuovi mercati, nessun libero scambio, né tutte queste cose prese  insieme elimineranno la miseria delle masse lavoratrici; che, anzi, sulla falsa base presente, ogni nuovo sviluppo delle forze produttive del lavoro inevitabilmente deve tendere a rendere più profondi i contrasti sociali, e più acuti gli antagonismi sociali.».

8)nel valore della merce è incluso il plusvalore, nel prezzo di costo viene escluso il plusvalore.

9)Lettere a Benedetto Croce, 1885-1904, Napoli1975, p.337.

10)Saggi sul Materialismo storico. Editori Riuniti 1964, pag.196.

11)Saggi sul Materialismo storico, Editori Riuniti 1964,pag,217.

12)Quaderni del carcere,edizione critica di V Gerratana,quaderno 3, pag.309,Ed. Einaudi,2007.

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