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LOTTA SOCIALISMO UNITÀ di Piero De Sanctis

Già nel 1918 Lenin, nel suo scritto I compiti immediati del potere sovietico, aveva elaborato i principi di una politica economica che potesse consolidare l’alleanza degli operai e dei contadini conservando il ruolo dirigente del proletariato, e creasse le condizioni per la partecipazione dei contadini alla costruzione del socialismo. Ma nel periodo dell’intervento armato dell’imperialismo e della guerra civile il potere sovietico era stato costretto a perseguire la politica del comunismo di guerra.

All’inizio del 1921, conclusa vittoriosamente la guerra civile, il Comitato Centrale del partito, su iniziativa di Lenin, preparò il passaggio dal comunismo di guerra alla Nuova Politica Economica (NEP). Tuttavia la transizione dal capitalismo al socialismo non fu un processo piano, lineare di  avanzamenti graduali, fu invece un processo di lotta di classe acuta, irto di difficoltà, di contraddizioni, di passi indietro e di nuovi ed inaspettati problemi per la cui soluzione solo la dialettica materialistica era in grado di chiarire, di illuminare e risolvere.

La lotta politica – quindi economica e teorica – che in Russia si sviluppò in seguito al passaggio dal capitalismo al socialismo, tra i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari, gli anarchici, tra Trotski e Bukharin da una parte e il gruppo dirigente leninista dall’altra, fu dura e severa. Approfittando delle serie difficoltà economiche e delle immani distruzioni dovute alla guerra, questi vari raggruppamenti: opposizione operaia (Trotski), democrazia della produzione (Bukharin), comunisti di sinistra, centralisti democratici, nuovo punto di vista produttivo, ecc., scatenarono un’offensiva contro il Comitato Centrale bolscevico.

La produzione agricola complessiva raggiungeva nel 1920 soltanto la metà della produzione dell’anteguerra. La produzione della grande industria, nello stesso anno, raggiungeva soltanto un settimo della produzione dell’anteguerra. Ferma la maggioranza degli stabilimenti; distrutte, allagate le miniere e i pozzi; la metallurgia era semidistrutta tanto che durante il 1921 si produssero il 3% dell’anteguerra; i trasporti erano disorganizzati e c’era penuria di combustibili. Lo Stato sovietico, che durante il periodo dell’intervento armato straniero e della guerra civile, era costretto a prelevare dai contadini tutte le loro eccedenze allo scopo di provvedere alle esigenze della difesa del paese e ad instaurare la politica del comunismo di guerra, ora, a guerra finita e vinta, tale politica veniva a trovarsi in conflitto con gli interessi del contadino. A ciò si aggiunse la siccità e il cattivo raccolto del 1921 che coinvolse circa 33 milioni di persone, dalla zona del Volga, al sud dell’Ucraina, fino in Crimea. La carestia –disse  Lenin – è stata un orribile risultato della guerra civile.

Lo scritto con il quale Lenin critica a fondo tutte queste errate posizioni politiche e teoriche è senza dubbio quello che compare in un opuscolo del 1918, un lavoro magistrale di applicazione del materialismo storico dialettico, dal titolo Sulla economia russa contemporanea. «….Il capitalismo di Stato – dice Lenin – rappresenterebbe un passo avanti rispetto allo stato attuale delle cose nella nostra Repubblica sovietica. Se, per esempio, fra sei mesi si instaurasse da noi il capitalismo di Stato, ciò sarebbe un enorme successo e rappresenterebbe la più sicura garanzia che fra un anno il socialismo sarebbe da noi definitivamente consolidato e reso invincibile. Mi immagino con quale nobile indignazione qualcuno respingerà queste parole…Come? Nella Repubblica socialista sovietica il passaggio al capitalismo di Stato sarebbe un passo avanti?….Non è questo tradire il socialismo?… E’ perciò proprio su questo che dobbiamo soffermarci in modo più particolareggiato.

In primo luogo, bisogna analizzare qual è esattamente la natura del passaggio  dal capitalismo al socialismo che ci dà il diritto e il motivo di chiamarci Repubblica socialista dei Soviet.

In secondo luogo, bisogna denunciare l’errore di coloro che non vedono le condizioni economiche piccolo-borghesi e l’elemento piccolo-borghese come il principale nemico del socialismo nel nostro paese.

In terzo luogo, bisogna ben comprendere il significato della differenza economica tra lo Stato sovietico e lo Stato borghese. Esaminiamo questi tre punti.

Non c’è stato ancora nessuno, a quanto mi pare, che, interrogato sull’economia della Russia, abbia negato il carattere transitorio di questa economia. Nessun comunista ha neppure negato, a quanto pare, che l’espressione “Repubblica socialista sovietica” significa che il potere dei Soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosca come socialisti i nuovi ordinamenti economici. Ma che cosa significa dunque la parola transizione? Non significa, quando la si applichi all’economia, che in quel determinato regime vi sono elementi, particelle, frammenti e di capitalismo e di socialismo? Chiunque deve ammettere che è così. Ma non tutti, pur ammettendolo, si domandano sempre quali siano precisamente gli elementi che rappresentano i diversi tipi economico-sociali che sono presenti in Russia. Ma è appunto qui che sta il nodo della questione. Esaminiamo questi elementi:

  • l’economia patriarcale, cioè in larga misura naturale e contadina;
  • la piccola produzione mercantile (che comprende la maggioranza dei contadini che vendono il grano);
  • il capitalismo privato;
  • il capitalismo di Stato;
  • il socialismo.

La Russia è così grande e così varia che tutti questi differenti tipi economico-sociali si intrecciano strettamente. E proprio in ciò sta il carattere originale della situazione. Ma ci si domanda: quali sono gli elementi che predominano? E’ chiaro che in un paese di piccoli contadini predomina, e non può predominare, l’elemento piccolo-borghese; la maggioranza degli agricoltori sono piccoli produttori mercantili. L’involucro del capitalismo di Stato (il monopolio del grano, imprenditori e commercianti controllati, cooperatori borghesi) viene spezzato qua e là dagli speculatori, e l’oggetto principale della speculazione è il grano.

La lotta principale si svolge appunto in questo settore. Fra chi si svolge questa lotta, se parliamo in termini di categorie economiche, come il “capitalismo di Stato”? Fra la quarta e la quinta secondo l’ordine che abbiamo or ora indicato? Certamente no. Non è il capitalismo di Stato che lotta qui contro il socialismo, ma la piccola borghesia più il capitalismo privato che lottano insieme, come una cosa sola, sia contro il capitalismo di Stato, sia contro il socialismo. La piccola borghesia si oppone a qualsiasi intervento, inventario e controllo statale, sia dello Stato capitalistico sia dello Stato socialista. Questo è un dato di fatto assolutamente inconfutabile, e la radice di una lunga sequela di errori economici risiede appunto nell’incomprensione di questo fatto. Lo speculatore, il trafficante, il sabotatore del monopolio: ecco il nostro principale nemico “interno”, il nemico delle iniziative economiche del potere sovietico. Se 125 anni or sono si poteva ancora perdonare il piccolo borghese francese – il più accanito e sincero rivoluzionario – quando voleva vincere gli speculatori mandandone al patibolo pochi “eletti” e lanciando dichiarazioni reboanti, oggi l’atteggiamento puramente “francese”, che a questo proposito hanno certi  socialisti-rivoluzionari di sinistra, suscita in ogni rivoluzionario cosciente solo ripugnanza e disprezzo. Noi sappiamo benissimo che la base economica della speculazione è lo strato dei piccoli proprietari, straordinariamente esteso in Russia, ed è il capitalismo privato che ha un suo agente in ogni piccolo borghese. Sappiamo che i milioni di tentacoli di quest’idra piccolo-borghese afferrano, qua e là, certe categorie di operai, che, non il monopolio di Stato, è la speculazione che penetra in tutti i pori della nostra vita economico-sociale. Chi non lo vede rivela, con la sua stessa cecità, di essere tuttora prigioniero dei pregiudizi piccolo-borghesi…..

Il piccolo borghese ha la sua riserva di soldarelli, qualche migliaia di rubli, accumulati durante la guerra con mezzi “leciti” e soprattutto illeciti. Questo è il tipo economico caratteristico che costituisce la base della speculazione e del capitalismo privato. Il denaro è un attestato per ottenere ricchezze sociali, e milioni di piccoli proprietari, tenendosi stretto questo attestato, lo nascondono allo “Stato”, non credendo a nessun socialismo o comunismo e “attendono con  pazienza che passi la bufera proletaria”.O noi sottoponiamo al nostro controllo e inventario questo piccolo borghese (lo potremo fare se organizzeremo i poveri, cioè la maggioranza della popolazione,o i semiproletari, intorno all’avanguardia proletaria cosciente), o esso rovescerà inevitabilmente il nostro potere operaio, come fecero per la rivoluzione i Bonaparte e i Cavaignac, sorti appunto su questo terreno piccolo-proprietario. Così stanno le cose, e soltanto così…..

Il piccolo borghese che tiene da parte il suo biglietto da mille è nemico del capitalismo di Stato, e su questo biglietto da mille egli intende realizzarlo assolutamente per sé, contro i poveri, contro qualsiasi potere statale, e la somma di questi biglietti da mille offre una base di parecchi miliardi alla speculazione, che mina la nostra edificazione socialista. Ammettiamo che un certo numero di operai produca in alcuni giorni una somma di valori espressa dalla cifra 1.000. Ammettiamo inoltre che 200 unità di questa somma si perdano da noi a causa della piccola speculazione, delle ruberie di ogni genere e della capacità  dei piccoli proprietari di sfuggire ai decreti sovietici e alle disposizioni sovietiche. Ogni operaio cosciente dirà: se potessi dare 300 su 1.000 per creare un maggiore ordine e una migliore organizzazione, darei volentieri 300 invece di 200, giacché sotto il potere sovietico sarà un compito facilissimo ridurre poi questo “tributo”, poniamo a 100 o 50, una volta che saranno instaurati l’ordine e l’organizzazione, una volta che sarà definitivamente spezzato il sabotaggio perpetrato dai piccoli proprietari contro qualsiasi monopolio di Stato.

Questo semplice esempio fatto di cifre – semplificato volutamente al massimo per esporre la cosa in forma popolare – spiega il rapporto che esiste attualmente tra capitalismo di Stato e socialismo. Gli operai hanno in mano il potere dello Stato; hanno la più completa disponibilità giuridica di “prendere” tutto il migliaio, cioè di non lasciare nemmeno un copeco che non sia destinato a scopi socialisti. Questa possibilità giuridica, che si fonda sul passaggio effettivo del potere nella mani degli operai, è un elemento del socialismo. Ma l’elemento piccolo-proprietario e il capitalismo privato compromettono per mille vie questa situazione giuridica; introducono di nascosto la speculazione, ostacolano l’adempimento dei decreti sovietici. Il capitalismo di Stato rappresenterebbe un enorme passo avanti, anche se ( e ho citato appositamente quell’esempio in cifre per mostrare la cosa in modo netto) noi pagassimo di più di quanto non paghiamo ora, giacché vale la pena di pagare per “apprendere”, giacché questo è utile agli operai, giacché la vittoria sul disordine, sullo sfacelo, sull’incuria è più importante di ogni altra cosa; giacché la continuazione dell’anarchia piccolo-proprietaria è il più grande e più grave pericolo, che (se non lo vinceremo) ci porterà sicuramente alla rovina, mentre il pagamento di un tributo maggiore al capitalismo di Stato, non solo non ci manderà in rovina, ma ci aprirà la via più sicura al socialismo. La classe operaia, una volta che abbia imparato a difendere l’ordine statale contro l’anarchismo piccolo-proprietario, una volta appreso a impostare la grande organizzazione della produzione su scala statale, sulle basi del capitalismo di Stato, avrà allora – permettetemi l’espressione – tutte le carte in mano, e il consolidamento del socialismo sarà assicurato. Il capitalismo di Stato è, dal punto di vista economico, incomparabilmente superiore alla nostra economia attuale: questo in primo luogo. E, in secondo luogo, in esso non vi è nulla di temibile per il potere sovietico, poiché lo Stato sovietico è uno Stato nel quale è assicurato il potere degli operai e dei  contadini poveri…

Per chiarire ancor meglio la questione, citiamo anzitutto un esempio estremamente concreto di capitalismo di Stato. Tutti sanno qual è questo esempio: la Germania. Qui abbiamo ,l’”ultima parola” della grande tecnica capitalistica moderna e dell’organizzazione sistematica al servizio dell’imperialismo dei borghesi e degli junker. Cancellate le parole sottolineate, mettete al posto dello Stato militare, dello Stato degli junker, borghese e imperialista, un altro Stato, ma uno Stato di tipo sociale diverso, di diverso contenuto di classe, lo Stato sovietico, cioè proletario, e otterrete tutta la somma delle condizioni che costituiscono il socialismo.

Il socialismo  è inconcepibile senza la tecnica del grande capitalismo, costruita secondo l’ultima parola della scienza moderna, senza una organizzazione statale pianificata, che subordina decine di milioni di persone all’osservanza più rigorosa di un’unica norma nella produzione e nella distribuzione dei prodotti. Noi marxisti questo lo abbiamo sempre detto; ma con gente che non ha capito neppure questo (gli anarchici e una buona metà dei socialisti-rivoluzionari di sinistra) è inutile perdere due secondi a discutere. Il socialismo è ugualmente inconcepibile senza il dominio del proletariato nello Stato: anche questo è elementare. E la storia (dalla quale nessuno, tranne forse i più ottusi menscevichi, si attendeva che senza intoppi, in  tutta tranquillità, ci desse facilmente e semplicemente il socialismo bell’e e fatto) ha seguito un cammino talmente originale da generare nel 1918 le due metà separate del socialismo, l’una accanto all’altra, proprio come due futuri pulcini  sotto l’unica chioccia dell’imperialismo internazionale. La Germania e la Russia incarnano nel 1918, nel modo più evidente, la realizzazione materiale, da una parte delle condizioni economiche, produttive e sociali, e dall’altra, delle condizioni politiche del socialismo. Una rivoluzione proletaria vittoriosa in Germania spezzerebbe subito, con enorme facilità il guscio dell’imperialismo (fatto, purtroppo, del migliore acciaio e perciò capace di resistere agli sforzi di un qualsiasi pulcino), assicurerebbe senz’altro, senza difficoltà oppure con difficoltà insignificanti, la vittoria del socialismo mondiale, a condizione naturalmente che la misura delle difficoltà sia presa su scala storica mondiale e non secondo il criterio di un gruppetto di filistei.

Finché in Germania la rivoluzione ancora tarda a nascere, il nostro compito è di metterci alla scuola del capitalismo di Stato tedesco, di cercare di assimilarlo con tutte le forze, di non rinunciare ai metodi dittatoriali per affrettare questa assimilazione ancor più di quello che fece Pietro I, per quanto riguarda i costumi occidentali, con la Russia barbara, senza fermarsi di fronte ai mezzi barbari di lotta contro la barbarie. Se tra gli anarchici e i socialisti-rivoluzionari di sinistra vi sono uomini capaci di fare ragionamenti alla Karelin, secondo cui non toccherebbe a noi rivoluzionari, apprendere dall’imperialismo tedesco, bisogna dire una cosa sola: una rivoluzione che prendesse sul serio uomini siffatti sarebbe condannata senza speranza ( e del tutto meritatamente).

In Russia predomina attualmente il capitalismo piccolo-borghese, dal quale  parte una sola ed unica via che porta sia al grande capitalismo di Stato, sia al socialismo, e questa via passa per la medesima tappa intermedia che si chiama “inventario e controllo popolare sulla produzione e la distribuzione dei prodotti”. Chi non capisce questo, commette un imperdonabile errore economico, sia ignorando i fatti della realtà, non vedendo ciò che esiste, non sapendo vedere la verità in faccia, sia limitandosi a contrapporre astrattamente “capitalismo” a “socialismo” e non approfondendo i gradi reali e le forme concrete che questo passaggio assume oggi nel nostro paese. Sia detto tra parentesi, questo è lo stesso errore teorico che ha fatto perdere la bussola ai migliori uomini del campo del Vperiod ( Avanti, quotidiano menscevico, ndr) : i peggiori e i mediocri tra essi, per la loro ottusità e mancanza di carattere si trascinano, spaventati, a rimorchio della borghesia; i migliori non hanno capito che i maestri del socialismo non hanno parlato invano di tutto il periodo di transizione dal capitalismo al socialismo e non invano hanno sottolineato i “lunghi travagli del parto” della nuova società (citazione dalla Critica al programma di Gotha, K. Marx, ndr); tanto che questa nuova società è sempre un’astrazione, che non può incarnarsi nella realtà se non attraverso una serie di vari e imperfetti tentativi concreti di creare questo o quello Stato socialista….».

Lenin tornò in seguito sullo stesso argomento nel gennaio del 1921, con un altro importante articolo dal titolo: Politica ed Economia. Dialettica ed Eclettismo, dedicato agli errori teorici di Trotski e Bukharin definendo la piattaforma di quest’ultimo «il colmo della disgregazione ideologica». Dice Lenin: «L’errore teorico è palese. La politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca a un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbiccì del marxismo…. Bukharin, preconizzando l’unione del punto di vista politico e di quello economico, è teoricamente scivolato nell’eclettismo….Col pretesto di proporre un punto di vista “produttivo” (Trotski) o di superare l’unilateralità dell’impostazione politica e di unire questa impostazione a quella economica (Bukharin) ci ha offerto:

  • la messa in oblio del marxismo, che si è espressa in una definizione teoricamente errata, eclettica, del rapporto tra politica ed economia;
  • la difesa o la dissimulazione dell’errore politico contenuto nella politica mirante a “scuotere” i sindacati di cui è interamente permeato tutto l’opuscolo-piattaforma di Trotski. E questo errore, se non se ne ha coscienza e non lo si corregge conduce  alla caduta della dittatura del proletariato;
  • un passo indietro nel campo dei problemi strettamente produttivi, economici, del modo di aumentare la produzione; precisamente un passo indietro dalle tesi di Rudzutak, che pongono compiti concreti, pratici vivi e vitali ( sviluppate la propaganda della produzione, imparate a distribuire bene i premi in natura e a servirvi più correttamente della costrizione in forma di tribunali disciplinari di compagni), verso tesi generali, astratte, vuote di contenuto, teoricamente errate e formulate in modo intellettualistico, dimenticando quanto vi è di più concreto e pratico.».

Il X Congresso del Pc(b)R, riunito nel marzo 1921, approva un documento di fondamentale importanza, la Nuova politica economica che cancella il sistema dei prelevamenti fin allora adottato e istituisce in sua vece l’imposta in natura, autorizzando i contadini a vendere e a comprare liberamente le eccedenze, una volta pagata l’imposta stessa in natura. Nel suo rapporto Lenin ricorda che il potere sovietico ha sempre cercato di stabilire giusti rapporti economici tra la classe operaia e i contadini e sottolinea che solo la libera circolazione mercantile avrebbe offerto uno stimolo allo sviluppo dell’agricoltura, sarebbe stata la formula economica valida a creare un nesso tra industria e agricoltura. Certamente la nuova Nep costituì  una brusca svolta rispetto alla politica del comunismo di guerra, ma nel contempo sviluppò lo scambio tra l’agricoltura e l’industria, sviluppò la piccola industria, aiutò a combattere la dispersione dei piccoli produttori e a limitare il burocratismo. In tutto ciò non ve è nulla –dice Lenin – di terribile per il potere proletario finché il proletariato tiene fermamente il potere nelle sua mani, tiene fermamente nelle sue mani i trasporti e la grande industria.

Ciononostante otto giorni prima dell’apertura del Congresso, scoppiò la rivolta controrivoluzionaria di Kronstadt, preparata dagli sforzi congiunti della controrivoluzione interna e degli imperialisti stranieri, convinti che il potere sovietico si trovasse in grave difficoltà e che fosse arrivato il momento più opportuno per attaccarlo. I giornali francesi precedendo gli avvenimenti, avevano dato notizia dell’insurrezione di Kronstast ben due settimane prima che iniziasse. Nel gennaio 1921 si era tenuta a Parigi una riunione di ex-membri dell’Assemblea Costituente (sciolta il 19 gennaio 1918 perché si rifiutò di ratificare i decreti del II Congresso dei Soviet sulla pace, sulla guerra sul passaggio del potere ai Soviet), con la partecipazione d’inveterati nemici del potere sovietico,come Miljukov, Konovalov, Rodičev, Kerenskij ed altri. Nel corso della riunione venne creato un “blocco dei senza partiti” e stabilita una tattica sulla base di parole d’ordine capace di minare il potere sovietico dall’interno: “libertà di commercio”, “liberazione dalla servitù”, “ i Soviet senza i comunisti”, “il potere ai Soviet e non ai partiti”. Tanto i menscevichi quanto i socialisti rivoluzionari dichiararono che il movimento di Kronstadt è un loro movimento. Una cinquantina di giornali russi delle guardie bianche all’estero svolsero con rabbiosa energia una “campagna per Kronstadt”. Tutte le banche e tutte le forze del capitale finanziario indissero una sottoscrizione per aiutare i rivoltosi. Trotzski profetizzò la fine del potere sovietico dichiarando che « il cuculo ha già cantato». Il governo sovietico dovette inviare l’Armata Rossa, diretta da Voroscilov, che liquidò il tentativo controrivoluzionario in poco tempo.

Nella risoluzione approvata dal C.C. del Pc(b)R, il 12 gennaio 1920, dal titolo La Nuova Politica economica e i sindacati, Lenin scrive: « La nuova politica economica introduce un complesso di modificazioni sostanziali nella situazione del proletariato e di conseguenza anche in quella dei sindacati. La stragrande maggioranza dei mezzi di produzione nel campo dell’industria e dei trasporti rimane nelle mani dello Stato proletario. Insieme alla nazionalizzazione della terra, questo fatto dimostra che la nuova politica economica non cambia la sostanza dello Stato operaio, modificando però radicalmente i metodi e le forme dell’edificazione socialista con l’ammettere l’emulazione economica fra il socialismo in costruzione e il capitalismo che aspira a risorgere sulla base della soddisfazione attraverso il mercato di milioni di contadini.

I cambiamenti nelle forma di edificazione del socialismo sono causati dal fatto che ora, in tutta la politica di passaggio dal capitalismo al socialismo, il Partito comunista e il potere sovietico adottano, ai fini del passaggio stesso, metodi speciali, agiscono sotto molti rapporti con mezzi diversi da quelli del passato, conquistano una serie di posizioni, per così dire, mediante un “nuovo aggiramento”, compiono una ritirata per poter poi passare nuovamente, più preparati, all’offensiva contro il capitalismo. In particolare, sono ammessi e si sviluppano adesso il libero commercio e il capitalismo, che sono soggetti alla regolamentazione da parte sello Stato,e, dall’altro lato, le aziende statali socializzate si riorganizzano sulla base del cosiddetto principio del rendimento economico, cioè su principi commerciali, il che, data l’arretratezza generale della cultura e l’esaurimento del paese, condurrà inevitabilmente in maggiore o minor grado, a contrapporre nella coscienza delle masse l’amministrazione di date aziende agli operai che vi sono impiegati.

Lo Stato operaio, senza  cambiare la propria sostanza, può ammettere la libertà di commercio e lo sviluppo del capitalismo solo fino a certi limiti e alla sola condizione che vengano regolati da parte dello Stato (con vigilanza, controllo, definizione delle forme, dell’0rdine,ecc.) il commercio privato e il capitalismo privato…….Però, persino nel caso di un completo successo di tale regolamentazione, sussiste indiscutibilmente la contraddizione degli interessi di classe tra il lavoro e il capitale. Perciò, d’ora innanzi, una dei compiti essenziali dei sindacati è la difesa, in ogni senso e con ogni mezzo, degli interessi di classe del proletariato nella lotta contro questo capitale. Questo compito deve essere posto esplicitamente in primo piano: l’apparato dei sindacati deve essere corrispondentemente trasformato, modificato o completato (devono essere costituiti o perfezionati in caso di necessità commissioni di arbitraggio, fondi di sciopero, fondi di mutuo soccorso, ecc.). ».

Alla fine del 1922 la nuova politica economica aveva già dato copiosi frutti: aveva consolidata  l’alleanza degli operai e dei contadini, aveva dato notevole impulso allo sviluppo dell’agricoltura, mentre un grande lavoro svolsero i gruppi operai inviati nelle campagne dalle organizzazioni del partito e dei sindacati nella lotta contro le conseguenze della carestia. I sintomi della rinascita erano avvertiti ovunque: in economia, nell’industria e nel sociale. Soprattutto nell’industria estrattiva e metallurgica: l’estrazione del carbone e la produzione della ghisa degli alti forni aumentarono notevolmente, molte fabbriche ritornarono a produrre superando i piani di produzione grazie allo sviluppo della produttività del lavoro.

A tutto ciò Lenin dedicò un’importante relazione al IV Congresso dell’Internazionale comunista dal titolo Cinque anni di rivoluzione russa e le prospettive della rivoluzione. In essa si legge «….Oggi, dopo un anno e mezzo, alla fine del 1922, siamo già in grado di fare alcuni confronti …..Ritengo che possiamo dare con tranquilla coscienza una risposta affermativa; cioè possiamo dire che l’anno e mezzo trascorso ha dimostrato in modo positivo e assoluto che siamo riusciti vittoriosi da questa prova…..».

Anche in Cina, nel periodo di transizione dal capitalismo al socialismo,  le forme di edificazione del socialismo nascono e rispecchiano la concreta storia del paese, la sua cultura, la sua civiltà, vecchia più di cinquemila anni. Tuttavia i problemi sociopolitici che la società cinese e il Partito comunista cinese hanno dovuto affrontare – dalla lotta contro la cacciata dell’imperialismo nipponico prima a quella contro l’imperialismo americano dopo, dalla guerra civile all’indipendenza nazionale – dimostrano, al di là delle forme, l’affinità dei contenuti di classe degli stessi problemi della società sovietica di cui abbiamo parlato sopra.

L’esperienza del Pcc, guidato dal Presidente Xi Jinping, e del popolo cinese, durante la fase dell’edificazione socialista con caratteristiche cinesi, è l’ultimo esempio, in ordine temporale, dei lunghi travagli del parto della nuova società di cui hanno tanto parlato i maestri del socialismo.

Oggi nel mondo, da nord a sud, da est ad ovest, viviamo ancora, in diverse forme e modi, in diversi gradi evolutivi, questa transizione. La conoscenza di come storicamente essa si sia incarnata nelle varie nazioni e continenti è per noi di fondamentale importanza, per evitare grossolani errori, per non imboccare strade che non bisogna percorrere, per illuminare il presente nella lotta per il socialismo. Nella prefazione al suo libro Per la critica dell’economia politica del gennaio 1859, Marx riassume con lucidità, a grandi linee, le diverse forme di produzione che si sono avvicendate nella storia: l’asiatica, l’antica, la feudale e la borghese moderna. «I rapporti di produzione borghese sono l’unica forma antagonista non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli uomini. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana.».

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