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Prima di tornare in Palestina, la Palestina deve tornare a noi di Milena Fiore

Riflessioni e immagini sulla Palestina a partire da una intervista della giornalista Zainab Ali a Marwan Abdelal, intellettuale marxista e gramsciano, militante palestinese, scrittore e artista visivo, ospite del Podcast Arbun.

Il dialogo si apre sulla domanda: dove si incontrano la letteratura e la politica? E dove si separano?
Per Marwan Abdelal, e per tutta la grande tradizione della letteratura palestinese, la politica non è l’opposto del romanzo. Diventa tale solo quando soffoca l’arte, la poesia, la struttura narrativa, cioè, impone una tesi invece di lasciare vivere una storia. Quando invece resta al suo posto, la politica può diventare ritmo vitale dell’opera, come il battito sotto la pelle di un corpo vivo. La politica è un filo che attraversa la scrittura, ma non deve mai dominarla. Non deve mai diventare propaganda. È presente, inevitabile, perché la vita stessa del popolo palestinese è politica. Come scriveva Ghassan Kanafani: «Perché non abbiamo bussato alle pareti del serbatoio?»1. Perché siamo morti in silenzio? Perché non abbiamo fatto rumore mentre ci stavano soffocando?
L’identità palestinese è una sfida esistenziale. Il nemico tenta costantemente di cancellarla. L’occupazione non cerca solo di controllare un territorio. Tenta di cancellare la terra, la storia, la memoria, la coscienza del popolo palestinese. E se la Palestina deve rinascere, può farlo solo fondandosi sulla memoria, la consapevolezza, l’identità. La sofferenza colpisce tutti, chi vive sotto occupazione soffre nella vita quotidiana, chi vive in esilio soffre nella perdita, nella nostalgia, nello sradicamento. Nei territori occupati parlare la propria lingua, lavorare la propria terra, cucinare, insegnare ai figli, camminare per strada, non sono gesti neutri. Sono atti politici di resistenza all’annientamento.
Essere palestinese significa vivere con una valigia sempre pronta. Vivere senza certezza di casa, senza certezza di futuro, come se il mondo intero fosse un campo profughi. L’esilio palestinese non è scelto, è un esilio forzato che incide nella coscienza collettiva. E la resistenza nasce dal bisogno primario di continuare a esistere. Non è ideologia. Non è retorica. È biologia dell’anima. Ogni tentativo di cancellazione finisce per rafforzare l’identità palestinese. Più si tenta di distruggerla, più diventa chiara, solida, irriducibile.
La patria non è solo un luogo fisico. È una coscienza, un’identità, una memoria viva. «La patria si avvicina quando ci avviciniamo a noi stessi». Quando un popolo viene sradicato, la patria sopravvive nella lingua, nella memoria, nel modo di raccontare, nel riconoscersi come comunità.
Oggi il mondo parla palestinese perché la Palestina è diventata una questione morale universale. Non è una frase retorica. Significa che la Palestina è diventata una questione etica globale. Non è più solo un conflitto locale, è una domanda che riguarda tutti: che valore ha la vita? che valore ha la giustizia? che valore ha la memoria?

Il villaggio di al-Ghabsiya continua a vivere nella memoria della madre di Marwan. Prima di morire chiese una sola cosa: un pugno di terra della sua terra. Perché quella terra contiene infanzia, lingua, famiglia, storia, identità.
La Palestina non è uno Stato astratto. La Palestina è lingua, accento, racconto. Prima della Nakba era la vita semplice dei villaggi. Poi la storia si è spezzata con la distruzione, le uccisioni, l’espulsione, l’esilio. L’esilio non è soltanto una geografia. È una condizione dell’anima. Marwan racconta qualcosa di tanto profondamente crudele quanto semplice, racconta di quanto fossero vicini al confine: “Sei, sette ore a piedi. Eppure, non si poteva tornare”. Venivano spinti da una zona all’altra, fino al limite estremo. La patria era lì, visibile, ma separata da una violenza armata che impediva il ritorno: «Chi si gira, lo colpiamo».
Così nasce la mappa dell’esilio: Rmeish, Aanjar, Tripoli… fino ai campi più lontani.   È una geografia della perdita. Ogni nome è una tappa dello sradicamento, una ferita che si sposta. L’esilio ne è la traiettoria. Eppure, al-Ghabsiya è ancora lì. Il villaggio non è scomparso. La moschea è lì, gli alberi sono lì, la terra è lì. E la gente continua a tornare, anche senza poter restare. Lavora, rompe il digiuno, disegna il futuro. Le giovani generazioni che disegnano il villaggio del ritorno stanno rendendo visibile una patria che non è permessa ma che esiste nella coscienza. Il paese aspetta la sua gente.
Il campo profughi non è una patria. È chiusura, isolamento, ma anche custodia della memoria. È una ferita che continua a vivere. Dopo la distruzione del campo di Nahr al-Bared, Marwan ha cominciato a dipingere i muri della propria casa, non per sostituire la patria – nulla la sostituisce – ma per creare uno spazio fuori da quel luogo. Un varco. Un respiro.
Prima di tornare in Palestina, dice, la Palestina deve tornare a noi. Il ritorno comincia nella vita quotidiana, nei gesti, nelle parole, nella memoria, nelle relazioni.
Se la Palestina scompare dalla nostra vita quotidiana, resterà lontano anche il ritorno. I bambini e le bambine di Gaza riconoscono i luoghi tra le macerie, cantano, parlano, resistono. Il tempo si comprime. Sono storia, camminano nel presente. Non c’è infanzia separata dalla memoria collettiva. Resistere è rientrare nel tempo del mondo. L’occupazione tenta di congelare la vita, di espellere un popolo dal corso normale della storia. Resistere significa tornare ad appartenere al tempo umano, non vivere come scarto della storia.
Gerusalemme non è cielo. Non è un simbolo astratto. Non è mito. È vita quotidiana. È case, strade, lavoro, scuola, pietre, persone. Ogni pietra si difende. Restare vivi è resistenza.

«Una volta ho scritto: i nostri sogni non bruceranno. L’ho scritto guardando Gaza. Ma lo avevo già scritto prima, quando la mia casa era andata in fiamme». Il fuoco può bruciare libri, fotografie, album. Può bruciare oggetti portati dalla Palestina. Ma non può bruciare i sogni. Non può spegnere il senso, non può cancellare la memoria profonda. La cosa più preziosa che Marwan aveva della Palestina era il servizio da caffè di suo nonno, gli strumenti con cui il caffè veniva preparato nel diwan, la stanza dell’ospitalità. Non sa dove siano finiti. C’erano anche le fotografie del nonno, giovane, a cavallo, ad al-Ghabsiya. Sono scomparse. Qualcuno, anni dopo, ha inviato loro della terra dalla Palestina. Da al-Ghabsiya. Le cose si perdono, ma la memoria condivisa resta.
Le grandi verità, la giustizia, il ritorno, la liberazione, la dignità, dice Marwan, rinascono come sogni. E i sogni, col tempo, diventano realtà. Diventano storia.

Il romanzo è più libero della politica. Può dire ciò che la politica non può. Può dire ciò che è umano, fragile, contraddittorio, profondo. Può anticipare il reale. Ti avverte, ti prepara. A volte rileggi ciò che hai scritto dieci anni prima e scopri che stai vivendo quelle righe. Per questo la memoria non deve essere corta, perché questo permette alla violenza di ripetersi, ma deve essere lunga, per tenere insieme generazioni e costruire continuità storica.
Nel romanzo Hassa Hareba Marwan ha scritto di questo, citando Viktor Frankl: nel campo di prigionia il canto di un uccello poteva diventare più importante del dolore, perché restituiva senso all’esistenza. Era resistenza interiore. Una ricercatrice italiana lo contattò per studiare il romanzo e gli chiese come conoscesse Frankl. Marwan non sapeva che fosse ebreo, né che fosse sopravvissuto a un campo di concentramento. Le loro storie si erano toccate senza saperlo nel punto della sofferenza e della dignità.
Dopo il 7 ottobre, la letteratura è diventata una finestra sul mondo. La narrazione israeliana si è incrinata. Il mondo ora vede. Ma questa verità deve essere scritta, documentata, archiviata, perché senza archivi la verità torna a essere cancellabile.
È una guerra culturale. Cinema, arte, letteratura sono strumenti di resistenza, perché difendono la possibilità stessa di raccontare il mondo.
In Europa oggi si leggono e si mettono in scena i testi di Ghassan Kanafani perché la sua scrittura parla di colonialismo, di violenza strutturale, di sradicamento, di propaganda, di disumanizzazione. Cose che il presente europeo sta di nuovo vivendo e vedendo. E la Nakba non è un evento chiuso nel 1948, è una ferita storica che non ha mai smesso di sanguinare.
Nei suoi romanzi Marwan racconta di identità fratturate, di sorveglianza, di promesse democratiche svuotate, di maschere che cadono. Oggi vediamo crollare diritti umani e democrazie davanti al genocidio. Questa è anche una catastrofe culturale. Non basta eliminare le persone, bisogna eliminare il loro diritto a essere esistiti. Quando dicono «non esistono civili», stanno preparando lo spazio morale per il genocidio.

Ghassan Kanafani resta vivo perché le sue domande restano vive. La letteratura non muore con l’autore. Vive finché la domanda vive. Chi scrive senza raccontare la sofferenza del proprio popolo tradisce la propria cultura.
La letteratura palestinese si muove con la storia del suo popolo. Prima della Nakba, una letteratura della vita quotidiana, dei villaggi, delle relazioni, poi la scrittura della perdita, dello sradicamento, della ferita, poi quella della resistenza e della costruzione della coscienza collettiva.
Ghassan Kanafani fu il primo a parlare di “letteratura della resistenza”: una scrittura che preparava il terreno alla nascita della rivoluzione palestinese. Con lui emerse una generazione intera: Mahmoud Darwish, Samih al-Qasim, Tawfiq Zayyad, Jabra Ibrahim Jabra. Voci che hanno restituito parola alla Palestina ferita e viva.
Kanafani incarna tre tempi storici: la Nakba, l’esilio, la rinascita della lotta. Nel suo romanzo Ritorno a Haifa anticipò persino il progetto della “normalizzazione”, il rischio che il ritorno diventasse una visita autorizzata dall’occupante, non un diritto riconquistato. Ci furono stagioni di grande tristezza nella poesia palestinese. Non è una colpa. La letteratura registra il dolore collettivo. Ma se la scrittura si ferma al lamento, può trasformarsi in una gabbia emotiva e politica. Si può restare prigionieri della sconfitta.
L’Accordo di Oslo ha prodotto il più grave silenzio culturale, ha frammentato la narrazione palestinese. Non basta vincere la narrazione nel mondo, bisogna prima salvare la propria. Un popolo senza progetto culturale non può sostenere una lunga resistenza. Oggi manca un’istituzione culturale palestinese unitaria. Manca una visione condivisa. La prima fortezza da costruire è la cultura. Senza cultura comune, la Palestina si dissolve in numeri e categorie amministrative: il ‘48, il ‘67, la Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme, la diaspora. La cultura tiene insieme il corpo della nazione.

La letteratura delle carceri è una delle forme più alte della resistenza palestinese. Dalle carceri sono usciti romanzi, saggi, poesie, scritti su fogli nascosti, su frammenti di carta, portati fuori clandestinamente. Come gli antifascisti europei perseguitati dal nazifascismo, gli scrittori prigionieri hanno trasformato il carcere in una scuola e in un’università. La conoscenza circola da prigioniero a prigioniero. Chi entra con il diploma, esce con una biblioteca. Questa è una delle vittorie più profonde, non sono riusciti a spezzare la mente.
Tra le voci della letteratura carceraria palestinese emergono nomi che ormai appartengono alla coscienza collettiva: Bassem Khandaqji, Walid Daqqa, Kamil Abu Hanish, Munther Khalaf, Nasser Abu Srour. Bassem scriveva i suoi romanzi foglio per foglio, facendoli uscire di nascosto dal carcere. Quando vinse il Booker, seppe della notizia perché le autorità israeliane lo punirono. Walid Daqqa ha scritto “Il segreto dell’olio”, un libro dove parlano gli alberi, la terra, il vento, e la resistenza passa attraverso l’infanzia. È morto in prigione. Non ha mai potuto abbracciare sua figlia.

La resistenza non è soltanto armata, è culturale, morale, spirituale.
Perché non siamo arrivati alla liberazione? Perché non abbiamo combattuto con tutta la nostra forza.
Il popolo palestinese possiede ancora una capacità immensa, Sumud. La resistenza di Gaza lo dimostra. La questione palestinese è una questione di civiltà. Non è solo una guerra per la terra, ma una guerra sul senso dell’esistenza. Per il diritto stesso di un popolo a esistere come organismo umano, storico e culturale.
La gioventù palestinese, poverissima di mezzi che, nonostante tutto, continua a dire “noi ci siamo”, continua a sorprendere il mondo. Rifiuta di essere cancellata: come diceva Kanafani, non accetta di essere ridotta a vittima muta.
Dai campi profughi del Libano ai villaggi della Cisgiordania, la resistenza non si è mai spenta. Israele oggi vive una crisi esistenziale. Combatte per la propria sopravvivenza. Ma un progetto fondato sulla distruzione e l’annientamento di un altro popolo non può durare.
Il popolo palestinese continuerà ad esistere. Continuerà a resistere. Continuerà a creare. La Palestina vive finché c’è chi la racconta, chi la scrive, chi la sogna. Finché c’è un bambino e una bambina che cantano tra le macerie, la Palestina è viva.


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1 – Dal libro Uomini sotto il sole (1963). Nel libro, tre profughi palestinesi muoiono soffocati dentro una cisterna di un camion mentre tentano di attraversare il deserto per raggiungere il Kuwait in cerca di lavoro. Alla fine, l’autista, sopravvissuto, urla disperato: «Perché non avete bussato alle pareti del serbatoio?»

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