DALLA DEMOCRAZIA PROGRESSIVA ALLA’ODIERNA DITTATURA DEL CAPITALE FINANZIARIO di Piero De Sanctis
In molte lingue parla: in tutte. E in molte ancora tace.
Ospite nei quartieri dei poveri, spavento dei palazzi,
venuto a stare per sempre: è Comunismo il suo nome!
(Bertolt Brecht 1945)
Così, nel 1945, Bertolt Brecht esprimeva in versi il contenuto del Manifesto dei comunisti di Marx. Ma già nel ‘45 il comunismo si presentava come partito di governo: dall’Islanda alla Danimarca, dal Belgio all’Olanda al Lussemburgo, dalla Francia all’Italia, dalla Svezia alla Norvegia alla Finlandia, dalla Polonia all’Ungheria, alla Romania, alla Jugoslavia, esso era lo spettro che faceva paura agli Stati Uniti.
Torna, dopo il ventennio fascista, lo studio del marxismo e del leninismo fornendo alle nuove generazioni lo strumento teorico per la giusta interpretazione della storia. In Italia sono comunisti scrittori come Vittorini, Pavese, Calvino, Pratolini; archeologi come Ranuccio Bianchi Bandinelli, umanisti e filosofi come Concetto Marchesi, Antonio Banfi, Ludovico Geymonat, lo storico Delio Cantimori.
Così in Francia, filosofi, scienziati, artisti e letterati militano attivamente nel partito comunista francese: da Frédéric Joliot-Curie a Pablo Picasso, da Fernando Léger ad Aragon e a tanti altri. Insomma, una schiera di intellettuali con un’unica volontà di lavorare per l’uomo nuovo. Dice Aragon: «l’uomo nuovo già esiste: è l’uomo comunista». Tra il 1945-‘46 l’avanzata comunista è ovunque notevole. Il bisogno di divulgazione e di restaurazione del marxismo dà l’impronta alla formazione delle élites intellettuali.
Dal 9 dicembre 1945 al 6 gennaio 1946 si svolge a Roma il V Congresso nazionale del Pci che registra un milione e 800 mila iscritti. Il Pci si trasforma rapidamente in partito di massa, registrando alla fine del ‘47 circa due milioni e mezzo di iscritti. «Se i partiti sono la democrazia che si organizza – dice Togliatti – allora l’Italia dimostra una particolare vitalità associativa».
Il 21 giugno 1945 nasce in governo di Ferruccio Parri formato da ministri comunisti, socialisti, democristiani e liberali che restò in carica per soli otto mesi. Infatti, nel novembre dello stesso anno, i liberali ritirarono i propri ministri dal governo causando una crisi governativa. Nel gennaio del 1947 subentra Alcide De Gasperi il cui primo atto è la sostituzione dei prefetti nominati dal Comitato di liberazione nazionale con prefetti di carriera formati nel periodo fascista.
Nel gennaio del 1947, immediatamente dopo la sua nomina a primo ministro, De Gasperi, si reca negli Stati Uniti, su invito del Presidente Truman, senza che potesse accompagnarlo il ministro degli esteri Nenni. Egli riuscì a ottenere un prestito e in cambio si impegnò a eliminare i comunisti dal governo. Un vero e proprio colpo di stato nel maggio 1947. Uno dei tanti di cui è costellata l’intera Europa del dopoguerra, ad opera dell’imperialismo americano. Il 1° maggio 1947 strage dei contadini a Portella della Ginestra organizzata dai servizi segreti italiani, americani in combutta con i fascisti e la P2.
Il nuovo governo De Gasperi, dopo aver eliminato Nenni dagli Esteri, insediò Scelba che prese nelle sue mani tutti i ministeri finanziari. «La posizione dei comunisti al governo divenne totalmente subalterna: non poterono modificare né la politica economica, né quella estera, né quella interna…il partito comunista rinuncia a mobilitare le masse in proprio appoggio…Quando però nel corso dei mesi successivi apparirà con grande chiarezza cosa ha significato l’estromissione comunista e la politica governativa porterà senza tentennamenti a una restaurazione capitalistica, (facendo pagare solo ai lavoratori il costo della crisi economica), a una ripresa violenta delle forze di destra e neofasciste, a una sempre più massiccia repressione antioperaia, il partito comunista dovette riconoscere che era stato un errore aver consentito che ciò avvenisse senza la mobilitazione delle masse» (Carlo Salinari: I comunisti raccontano). Il frutto avvelenato di questa campagna anticomunista si concretizzò il 14 luglio 1948 col tentativo di assassinio di Togliatti.
Dunque, se la Resistenza fu l’espressione di una grande lotta di classe nella quale le forze comuniste e democratiche riuscirono ad imporre la loro egemonia alle forze capitalistiche e finanziarie, quest’ultime però riuscirono, nel dopoguerra, ad imporre la loro egemonia di cui il colpo di stato di De Gasperi, del 1947, ne fu il sigillo.
Nel gennaio del 1948 si tenne a Roma, dall’8 al 14, il VI Congresso nazionale del Pci sui problemi connessi all’azione del movimento operaio nella Resistenza e alla lotta per la democrazia progressiva. Congresso di fondamentale importanza politica in quanto venne sostenuto e denunciato, da alcuni compagni, che nel breve periodo del governo Parri, il processo di creazione di una democrazia di tipo nuovo, di una democrazia progressiva, venne interrotto sia per la reazione delle forze capitalistiche, che per le incertezze del movimento comunista, si criticò l’incapacità del partito di far vivere concretamente le parole d’ordine della democrazia progressiva e di non aver saputo consolidare gli organismi di massa e i Consigli di gestione di gramsciana memoria.
Non è errato supporre che la politica della democrazia progressiva fosse, nella concezione togliattiana, una trasformazione «senza rotture» della democrazia borghese. Questa concezione è passata poi attraverso la «via italiana al socialismo» per approdare, poi, al «compromesso storico». I nemici di ieri contro la democrazia progressiva, sono ancora i nemici di oggi, contro le masse operaie e tutti i lavoratori, cioè: il putrescente capitale finanziario-industriale delle armi.
Teramo 10 dicembre 2025

