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L A     C O N T I N U I T À     D E L     F A S C I S M O di Piero De Sanctis

Non v’è dubbio che la pubblicazione dell’interessante ed importante libro La continuità del Male, del professore Tomaso Montanari, ordinario di storia dell’arte moderna dell’Università per stranieri di Siena, ha riaperto, in maniera seria ed approfondita, la questione delle origini del fascismo e, in particolare, di quello italiano nella versione meloniana. Il fascismo – dice Montanari – non è una parentesi chiusa nel 1945, ma una continuità che si rinnova, come l’autore dimostra dalla prima all’ultima pagina del suo libro. Tuttavia, l’analisi sovrastrutturale del fenomeno fascista, per quanto essa possa essere importante, non è sufficiente a penetrare le più profonde e nascoste radici dei processi storici.

Il grande movimento storico della Lotta di Resistenza del 1945 non produsse una radicale rottura sul piano economico-sociale, nonostante la caduta della dittatura fascista, l’instaurazione della Repubblica e l’immissione delle masse popolari nella vita pubblica della nazione. Ci fu, invece, la continuità della gestione del potere delle medesime forze capitalistiche e finanziarie che dominarono sul piano economico e politico nell’epoca fascista. Ma è proprio su questa base economico-finanziaria, dove si produce «la sterminata ricchezza del plusvalore prodotto dai lavoratori non pagati, s’innestano guerre, terrorismo e razzismo» (Lenin). Il fascismo esisteva anche prima del ’17, prima e dopo il 1945, fino ai nostri giorni, in tutto il mondo occidentale.

Si tratta di una continuità che ha la sua ragion d’essere nella continuità strutturale economica materiale della società borghese. Un’analisi storica, attenta e profonda, non può non partire, dunque, che da questi presupposti. Da un punto di vista di classe, in sintesi, il fascismo attuale, italiano, europeo e mondiale, non è che una particolare fase della lotta tra l’imperialismo e il socialismo; tra i re della Borsa di Wall Street e la classe operaia mondiale.

Marx, nel suo importante libro Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, ci offre un chiaro esempio di applicazione dei principi sopra esposti: «Dopo la rivoluzione di luglio (18 luglio 1830, n.d.r.), accompagnando il suo compare, il duca d’Orléans, in trionfo all’Hotel-de Ville, il banchiere Laffitte lasciava cadere questo detto: “D’ora innanzi regneranno i banchieri”. Laffitte aveva svelato il mistero della rivoluzione. Sotto Luigi Filippo non era la borghesia francese che regnava ma una frazione di essa: banchieri, re della Borsa, re delle ferrovie, proprietari di miniere di carbone e di ferro e proprietari di foreste, e una parte della proprietà fondiaria, rappattumata con essi; insomma la cosiddetta aristocrazia della finanza. Era essa che sedeva sul trono, che dettava leggi nelle Camere, che disponeva i posti governativi, dal Ministero, fino allo spaccio di tabacchi. La borghesia veramente industriale formava una parte dell’opposizione ufficiale; era cioè rappresentata nelle Camere come una minoranza. Tanto più decisiva se ne presentava l’opposizione, quanto più netto era lo sviluppo del dominio esclusivo dell’aristocrazia francese e quanto più essa medesima, soffocate nel sangue le sommosse del 1832, 1834 e 1839, immaginava d’avere assicurato il proprio dominio sulla classe operaia».

Lo studio di tutto il complesso delle relazioni materiali fra gli individui in relazione al grado di sviluppo delle forze produttive (comprendendo tutto l’insieme della vita commerciale e industriale) è propedeutico allo studio di un processo storico, se non si vuol vedere in esso soltanto azioni di capi, di Stati e di lotte religiose. «Finora tutta la concezione della storia ha puramente e semplicemente ignorato questa base reale della storia, oppure l’ha considerata come un semplice fatto marginale privo di qualsiasi legame con il corso storico. Per questa ragione si è sempre costretti a scrivere la storia secondo un metro che ne sta al di fuori; la produzione reale della vita appare come qualche cosa di preistorico, mentre ciò che è storico, inteso come qualche cosa che è superato dalla vita comune, appare come extra e sovramondano. Il rapporto dell’uomo con la natura è quindi escluso dalla storia, e con ciò si è creato l’antagonismo tra natura e storia». (Marx: L’ideologia tedesca, E.R. 1967, pag. 31).

Il riconoscimento della preesistenza della natura (della materia, dello spazio e del tempo), all’uomo, non è irrilevante ai fini dell’agire e del pensare degli uomini. Esso, il riconoscimento, è ciò che fa la differenza tra una concezione scientifica del mondo di oggi, da una concezione reazionaria idealistica e spiritualistica.

 

Teramo 7 maggio 2026

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