MIO CARO ENNIO. UN ANNO DOPO di Tiberio, Dovis, Sarra e Ceccio

Ricordi sparsi di compagni

di Giuseppe “Pippo” Tiberio

Oggi compagni, per noi è un giorno triste. Conoscevo Ennio da sempre. Da quando bambino con la mia famiglia andavamo a Nereto quasi tutte le domeniche e loro venivano da noi le altre. Ricordo le interminabili partite di pallone con Francesco e le sudate, nello stesso tempo le interminabili riunioni che I grandi facevano. C’erano Ennio e Lodina, i miei genitori, Piero, Angela, il grande compagno Antonio De Sanctis Fofo’, Giugiu’ e tanti altri compagni che aderivano al Partito comunista d’Italia marxista leninista. Più tardi da ragazzo ho continuato il rapporto con Ennio dalla nascita di Rifondazione fino alla fine. Avrei tante cose da dire, raccontare tanti ANEDDOTI ed avventure vissute con Ennio, i volantinaggi a Roma, Milano il 25 aprile del cinquantesimo della liberazione, i viaggi a Prato, la Puglia, Rionero ecc.. Le estenuanti lezioni di politica, gli insegnamenti sulla storia e sulla vita. Insomma Ennio per me è stato un secondo padre, severo e rigoroso come solo lui gramsciano fino al midollo, sapeva essere.Un uomo che mi ha insegnato a “campare” dignitosamente spero, è quello che sono e quel poco che ho imparato lo devo principalmente a lui. Grazie per tutto Grande Leader e scusa per averti fatto incazzare spesso.

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di Erman Dovis

E’ passato un anno, eppure il ricordo di Ennio è più forte che mai.
Sento molto la sua assenza.
Spesso, quando sento squillare il telefono, mi immagino   la sua chiamata in arrivo con nuove idee su un documento, su una locandina, sull’organizzazione del Convegno, sulla stesura del nuovo libro. Io ogni tanto  temevo le sue chiamate, perché Ennio era una morsa, ed allora cercavo di distrarlo spostando l’argomento sulla Juve. Oggi invece quelle chiamate mi mancano.
I ricordi riaffiorano disordinatamente, confusi, senza una cronologia. Sempre emerge la sua umanità profonda, la sua acutezza di analisi marxista, il suo esempio morale e politico.
Mi ricordo quando Ennio, già in ospedale, chiedeva preoccupato informazioni su questo movimento dei gilet gialli; si informava su tutto, i loro slogan, le loro parole d’ordine, le bandiere che si esponevano, le dichiarazioni ufficiali del sindacato, dei comunisti e dei socialisti francesi a riguardo.
Con un filo di voce, Ennio affermò che quel movimento era in realtà un tentativo di colpo di stato di estrema destra contro il già discutibile Macron. Disse Ennio, citando Gramsci, che senza la cultura della classe operaia e dei lavoratori, un movimento in sé non è progressista e non andrà verso il cambiamento ma solo verso il suo opposto, la reazione. Ennio aveva ragione, si è scoperto poi il legame tra i Gilet Gialli e la Le Pen, il sostegno dato loro da Trump e Bannon, si è visto dove si il monopolismo indirizzava la protesta degli hungry kids: nazionalismo, neofascismo, spacchettamento europeo in piccoli staterelli, improbabili ritorni antistorici un capitalismo passato, che avrebbe favorito ancora di più le elitès dominanti.
Il Centro Gramsci aveva analizzato come la lotta politica doveva rispondere in base allo stadio di sviluppo del capitalismo. Infatti Ennio teorizzò il polo europeo della siderurgia e delle automotive, altro che il richiudersi in anguste vie nazionali, peraltro impraticabili dallo sviluppo monopolistico e sovranazionale del capitalismo. Un giorno mi disse: “Erman prendi l’Ilva: la sua produzione e la sua organizzazione non rispondono più a dinamiche solo nazionali. Vedi che quando si ferma Taranto si fermano anche le altre fabbriche sorelle sparse in Europa ed in Nord Africa? Non ci suggerisce niente questo? Ed allora, anche lo slogan della nazionalizzazione va analizzato bene in rapporto ai fattori di sviluppo del capitale odierno, ma anche in relazione al fatto delle materie prime. L’Europa è organizzata come fosse un grande complesso industriale, e le nazioni sono le sue filiere. In base a questo bisogna agire. Bisogna studiare, non giocare a fare i qualunquisti della retorica”. 
Sono lezioni di storia economia e politica che mi hanno segnato.
Da Ennio ho imparato che prima di criticare gli altri, dobbiamo guardare noi stessi. Una moda di oggi è quella di puntare sempre il dito contro gli altri: colpa dei riformisti, colpa dei socialdemocratici, colpa della finta sinistra, c’è sempre una colpa di qualcuno da espiare, che impedisce la rivoluzione.
Per Ennio non era così. Ennio era severissimo prima di tutto con se stesso. Se non si raggiungevano gli obbiettivi, avevamo sbagliato noi (noi intesi come gruppo, tutti compresi). Quando in una riunione un compagno invitato non si presentava, era perché non eravamo stati convincenti. Quando una alleanza locale di centrosinistra saltava, era colpa nostra che eravamo stati arrendevoli, che avevamo facilitato la nostra estromissione, abbandonando  il nostro posto a favore di qualcuno più moderato e conformista. Citava spesso di come Suslov, in una riunione a Mosca di fine 1947, rimproverò aspramente Nenni e Togliatti per essersi facilmente fatti estromettere da De Gasperi, lasciando che il loro posto fosse preso da moderati e reazionari.
Ennio era dunque profondamente marxista, profondamente gramsciano, perché tutta l’opera quotidiana era pensata anche in prospettiva nell’interesse della classe operaia, non nel piacere estetico di fare una citazione di Stalin del 1934.
Ed in effetti Ennio per buona parte della sua vita cosciente, ha girato l’Italia da Nord a Sud, anche per piccolissime riunioni,  sempre in soccorso di contadini, operai, disoccupati. Ha pagato un caro prezzo per questi sforzi; una serie di menomazioni fisiche, la quasi totale cecità, eppure non ha mai ceduto. Ha forgiato una volontà d’acciaio sulla malattia, continuando a lavorare, scrivere libri, organizzare convegni e conferenze, parteciparvi. Un rivoluzionario ed un educatore nel senso più vero dei termini, non come i parolai scarlatti di oggi, che pascolano sui social puntando il dito su tutti, pronti a catechizzare e scomunicare chi lavora accusandoli di riformismo, e nel mentre proprio loro si offrono prostituendosi alla Lega, al sovranismo, al nazionalismo.
Invece no, Ennio ha sempre parlato di transigenze formali e di intransigenza sostanziale, mai abboccando verso padronato e loro concubini, e sempre tenendo conto che il processo rivoluzionario è un percorso di lotta di lunga durata, da percorrere necessariamente con alleati, è una marcia che dura per anni, che passa per l’amministrare comuni, città regioni e oltre; passaggi fatti a di delibere comunali e disposizioni amministrative, di disegni legge e di lotte sui territori, ma sempre con un orizzonte politico generale;  probabilmente questa marcia è fatta anche di passi indietro e di sacrifici. Nulla è facile.
Ennio non tollerava  la critica sterile, fine a se stessa, senza proposte, divisiva e frazionista. Tipica di un certo massimalismo opportunista citato qualche riga fa, e che venne fotografata benissimo da Matteotti, che parlò di “..oche custodi della verginità del partito tosto, intransigenti per decorazione, che  rifiutano la discussione pratica della proposta; anatemizzano da seduti e tengono gli occhi addosso al parlamentare sospetto, che lavora, lavora , per notargli ogni gesto un po’ diverso dalla prescrizione delle tavole sacre; e si pascono di violenza verbale e con occhio di lince e naso di cane, vedono e annusano subito il traditore…se è uno di quelli che fa”. 1
A proposito di Matteotti, fu Ennio a farci innamorare della sua figura politica e del suo esempio morale. Personalmente lo conoscevo solo di facciata, ma Ennio mi invitò a scendere in profondità nel pensiero di Matteotti e Gobetti , e infatti ideò con Maurizio Ceccio una locandina con i tre volti (l’altro era naturalmente Gramsci) per un Convegno nazionale del Centro Gramsci del 2013. Abbiamo studiato a fondo il ruolo politico dei due maestri.
Da tempo Ennio era fortemente preoccupato per il feroce  ritorno del nazionalismo, che affascina anche residuali sacche di estrema sinistra. Secondo Ennio il monopolismo stava conducendo l’umanità verso una nuova era oscura con  una crescente diffusione di nuove forme di fascismo.  In questa ottica l’estrema destra conduce un attacco culturale e politico contro la Ue, il cui principio generale di Ventotene deve essere salvaguardato. La lotta di classe invece del nazionalismo, la lotta continentale della classe operaia, dei lavoratori, della borghesia piccola e media per una Europa unita, democratica e socialista. Ennio insisteva sulla complessità della questione Ue, che era una sovrastruttura dentro la quale lo scontro di classe lasciava emergere a volte una posizione più intransigente, a volte meno. Infatti in questi giorni assistiamo ad uno scontro all’interno della politica tedesca con una polemica lanciata dallo Spiegel contro il governo tedesco che riflette una doppia contraddizione, che non è legata, come vogliono farci credere fascisti e massimalisti di sinistra,  al conflitto nazionale: il grande monopolismo tedesco, il più forte d’Europa tende a soverchiare i capitalismi più deboli, come quello italiano (da sempre un capitalismo straccione di corto respiro) . C’è poi un secondo aspetto che vede la stessa piccola e media industria tedesca vittima di questo  monopolismo. Ecco perché emergono polemiche come quelle aperte dallo Spiegel, uno scontro interno allo stesso capitalismo tedesco che dovrebbe essere colto, e non  censurato per spostare la questione sui binari nazionalisti. Eppure, queste cose non vengono colte, perché, come diceva Ennio, riprendendo Gramsci: “Gli autodidatti specialmente sono inclini, per l’assenza di una disciplina critica e scientifica, a fantasticare di paesi di cuccagna e di facili soluzioni di ogni problema”.
Questi aneddoti che mi tornano alla mente fanno riflettere di come Ennio fosse profondamente gramsciano, in una Italia dove intellettuali e “sedicenti compagni” riducono il pensiero di  Gramsci a qualche frase da Baci Perugina.
Nel 2012 , in occasione di un convegno a Giulianova,  ricordo che qualcuno disse che Ennio aveva un cervello che era una lama. Era vero certo, ma questa lama Ennio la usava per intagliare, per costruire, mai per frantumare e per l’autocompiacimento estetico e per giocare al bel rivoluzionario. Era necessario il sacrificio, il lavoro, la lotta, la pazienza, lo studio.
In una parola, Ennio lottava per l’unità, come Gramsci, come Matteotti.
E questa sua ricerca di unità venne confortata da un incontro per lui fondamentale, quando nel 1985 portò il Presidente Sandro Pertini in visita a Nereto. Di questo suo incontro Ennio scrisse: “Miei sentimenti questi, che furono confortati dagli incontri con Sandro Pertini.  Nel suo studio di senatore a vita sottolineò la lotta unitaria partigiana dei liberali, dei socialisti e dei comunisti. Da essa è partita la Costituzione, la Repubblica italiana e le loro conquiste. Mi disse che purtroppo Pci, Psi e Dc non sono più quelli dei miei carissimi amici Gramsci, Nenni, Dossetti, e nemmeno più quelli di Berlinguer, De Martino e Moro.
Partiti di massa, legati ai lavoratori, da rinnovare, senza illusioni verso settarismi e presidenzialismi. Ci assicurò di venire volentieri al XX’ della Cooperativa per respirare un po’ di aria fresca . (….) Nel salutarmi, ringraziandomi della bella giornata , mi affidò un’ultima riflessione:
“Rifuggite le lusinghe, restate uniti e andrete avanti”. 2
Sarò infinitamente grato ad Ennio per l’educazione politica, storica, umana che mi ha dato, ma soprattutto dell’affetto che aveva per me. Se dovessi fotografare un’istantanea con dei momenti passati con lui, davvero non saprei come procedere: le giornate a casa sua, i convegni, soprattutto quelli di Rionero;  i libri in preparazione,  le risate e le mie battute come quella su un ospite invitato ad un convegno nazionale che era  oggettivamente più attratto dal bar del Senato che dall’intervento che doveva tenere; il Trattato di Xu He che mi regalò, il suo entusiasmo per i dolci albanesi e per il brodetto alla vastese, le sue analisi calcistiche in cui inseriva ovviamente la politica.   
C’è una frase di Ennio, che penso sia il suo manifesto umano, politico, sociale, che racchiude tutto il senso dei suoi ideali vissuti e messi in pratica: la scrisse nel suo libro UNIONE, che purtroppo è rimasto incompiuto ma che si può scaricare gratuitamente sul sito del Centro Gramsci. Ennio scriveva così: “Il lavoro, la vita e le lotte di ognuno sono stati i mattoni della mia formazione. Il monopolismo disgrega il lavoro, le famiglie e i partiti per colpire queste fondamenta e perpetuare il suo dominio. Solo l’educazione gramsciana eleva i ribelli generosi a rivoluzionari coscienti. La realtà è complessa e richiede analisi attente alle distinzioni; ma il complessismo strutturale nasconde la verità pur semplice semplice, di classe e rivoluzionaria”.
Oggi più che mai avremmo bisogno di Ennio, della sua capacità di vedere le cose e di decifrarle nel loro senso reale. 
Cercheremo di andare avanti sempre, nel tuo ricordo e nel tuo esempio.
E ti vogliamo sempre bene.

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1. “Cercando la Via”, Giacomo Matteotti, 1917. Il testo è contenuto nella raccolta di scritti di Matteotti “Socialimo e Guerra”, casa editrice Pisa Univesity Press. Volume curato da Stefano Caretti.

2. “Unione, esperienze bianconere e riflessioni autocritiche”, Ennio Antonini, edizioni 2015, progetto grafico di Maurizio Ceccio.

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di Danilo Sarra

Ricordare il compagno Ennio è inevitabile. Basta leggere le “Lettere dal carcere” o i “Quaderni dal carcere” di Antonio Gramsci per ritrovare nelle sue parole l’esempio umano, politico e teorico di Ennio: Ennio era radicalmente gramsciano, Gramsci viveva in lui in una perfetta continuità. Con questo Ennio ci ha insegnato il concetto vero e progressivo di “ortodossia”, che non consiste nella chiesastica adorazione di cimeli, ma nell’uso quotidiano del bagaglio marxista-leninista a favore dell’emancipazione della classe operaia. Ma ciò che contraddistingueva Ennio era la sua costante e indefessa capacità autocritica. Durante il viaggio verso una riunione, in auto ci confessò che per gran parte della vita non aveva colto pienamente il messaggio di Gramsci e che soltanto adesso, con tanti rimpianti, ne comprendeva la portata reale; questo frutto autocritico lo portava quotidianamente ad esercitare un ruolo educativo nei nostri riguardi, per impedirci di cadere nello stesso errore. Ennio era un maestro formidabile. Il contatto prolungato con lui ci ha permesso di avere una rappresentazione viva dell’essere gramsciani, preziosa più delle private letture, poichè Gramsci si respirava in ogni sua parola e in ogni sua elaborazione. Ennio non era, ma soprattutto evitava di essere un intellettuale solitario che porge soluzioni dall’alto del suo eruditismo; niente di tutto questo: Ennio si nutriva giornalmente del dialogo con tutti i compagni, ne raccoglieva elementi di realtà, passava giornate intere a raccogliere ed ascoltare notizie, poneva e si poneva domande, ma soprattutto metteva tutto alla prova della realtà concreta; quante volte, durante la stesura di un documento, che meritava più di una giornata per essere concluso, Ennio mutava le proposizioni del giorno precedente perché approfondite dal dialogo con la realtà concreta! Ennio odiava l’approssimazione, e il dizionario dei sinonimi e contrari, presenza costante, serviva sempre a trovare la parola più giusta “per esprimere la realtà”. Ennio sapeva e ci insegnava che le parole servono a dire la realtà e non il contrario. Tante volte Ennio ci diceva, e soprattutto ci dimostrava, che la realtà è in costante mutamento, è sempre più veloce delle nostre teorie, e che richiede un adattamento continuo di parole e di programmi. Che nessuna conquista è per sempre, ma che sempre va difesa e rafforzata. “Il socialismo”, ci ripeteva Ennio, “non lo vedremo né io né tu, né nessuno di noi. E’ un processo lungo, non si compie in un attimo con uno scatto. In quanti secoli è maturato il capitalismo? Gli stessi secoli, se non di più, ci vorranno per il socialismo”. In questa sua frase c’era tutto il rifiuto del messianismo di certi pseudorivoluzionari, la condanna ferma di tutti coloro che parlano di “presa del Palazzo d’Inverno”, senza sapere che la realtà conta più dello schema; in questo concetto non c’è l’essenza dell’insegnamento di Antonio Gramsci? Alcuni compagni accusarono Ennio e il Centro Gramsci di essere diventati “moderati” e “riformisti”, ma così non facevano altro che riconfermare il loro idealismo. Più volte Ennio spingeva noi, colpevolmente distratti, a compilare un quadro dell’organizzazione della produzione industriale in tutto il continente europeo; “questo”, ci ripeteva Ennio, “serve più di tutto il resto. E’ un’assoluta priorità. Ci serve”. A tutti coloro che sostengono che la classe operaia non esiste più, o che parlano di mondo post-industriale, vanno opposti i dati della realtà, perché la realtà parla più di ogni altra cosa. Per questa ragione, Ennio ci diceva sempre che al termine di ogni articolo bisogna “presentare una proposta”, che la proposta è la vera critica, e che non servono ricostruzioni storiche o discussioni teoriche, “accademie” come le chiamava Gobetti, se non portano alla fine ad un “che fare”. Intervenire operativamente, fattivamente, e anche l’attività di un centro culturale serve soprattutto a questo: così ci ha insegnato, con la pratica, Ennio, e che la cultura è vera cultura solo quando agisce sull’esistente. E questo concetto è esattamente quello espresso da Gramsci nei suoi scritti e da Gobetti nel suo articolo “Gruppi di Rivoluzione Liberale”: ancora una volta a dimostrare che Ennio non parlava per astrazioni ma che si collocava sempre e inevitabilmente in una lunga tradizione approvata dalla storia. Questa parola, “realtà”, è una delle eredità più grandi che Ennio ci ha lasciato. Ennio ci ha insegnato, nel solco dell’insegnamento gramsciano, a non sottovalutare niente, a considerare ogni manifestazione del reale; tutto ha valore, niente è casuale, e tutto ciò che accade è ad uso di una classe o dell’altra. Più volte Ennio ci spronava a scrivere di calcio, perché il calcio, fenomeno di massa, è un formidabile specchio della realtà; ad esempio una volta rifletteva su quanto il “berlusconismo”, e gobettianamente il “mussolinismo”, era entrato nella cultura di massa dal momento che ci si concentrava sulla figura dell’allenatore-comandante e non più sul collettivo della squadra; nel calcio dunque si manifestava quello scontro tra individualismo e collettivismo così operante nella società attuale, che si risolveva sempre più a favore della logica dell’uomo-solo-al-comando.
Ma Ennio ci ha insegnato anche la “complessità” della realtà. Spesso noi, per incrostazioni di linguaggio, tendevamo ad usare genericamente la categoria “borghesia”, ma Ennio ci correggeva: “c’è la piccola borghesia, c’è la media borghesia, c’è la borghesia monopolista; ma c’è anche la borghesia produttiva e c’è la borghesia improduttiva”; giorno dopo giorno vanno poste le dovute distinzioni, poiché la realtà rifugge gli schemi preconfezionati. Siamo noi che inseguiamo la realtà. Il marxismo, ci insegnava Ennio, non è una fede: è uno strumento per l’emancipazione della classe operaia e per una società finalmente giusta. Quando mi chiese di digitalizzare in tempi brevi “Imperialismo fase suprema del capitalismo” di Lenin, non lo fece per un atto di devozione nei riguardi di Lenin, ma perché quel testo era fondamentale per focalizzare il passaggio dal capitalismo originario al monopolismo, forza questa operante nella società attuale ed elemento che impedisce ogni progresso eventuale; il testo di Lenin ci serviva praticamente per affrontare consapevolmente la fase attuale; e mi ricordo che Ennio mi ripeteva sempre: “Sai quanti libri consultò Lenin per scrivere questo testo? Sai quante giornate passate nelle biblioteche a ricopiare a mano pagine e pagine di altri testi? Sai quanti dati raccolse? E sai che Lenin si basò sull’Imperialismo di Hobson che non era comunista ma un grande studioso?”, come a dire che la stessa intensità della ricerca è richiesta a noi, e che ogni affermazione deve avere delle basi in carne ed ossa, e che essere comunisti non significa chiudersi in se stessi. Ma la più grande eredità di Ennio, anche questa gramsciana, è stata la seguente: “I comunisti uniscono la classe operaia, non la dividono mai”. Per questo Ennio ci ha insegnato l’importanza di un organismo come la Cgil, tra i sindacati più grandi d’Europa, e delle istituzioni democratiche nate dalla Resistenza. In una fase dove la classe operaia viene costantemente divisa e dispersa in una filiera produttiva sovranazionale dai monopolisti, i comunisti hanno l’obbligo e il compito storico di unire. Per questo Ennio parlava sempre più di “stato continentale”, di “Bce pubblica”, di “polo industriale europeo”, di “Civiltà del socialismo”, mettendo da parte termini come “patria” prima validi storicamente ma ora superati dalla nuova organizzazione della produzione innanzitutto e della società intera poi; qualcuno lo avrà pur definito dispregiativamente “europeista”, qualcun’altro ancora un “sognatore”, ma quello che Ennio diceva era semplicemente ciò che è necessario, ciò che è richiesto dalla realtà, ciò che è giusto non perché scritto nei libri o nelle stelle ma perché scritto sulla carne degli uomini concreti. Ennio non parlava mai “secondo me”, ma sempre si faceva voce della realtà economica e sociale attentamente studiata da servitore dei lavoratori e della classe operaia. Cos’è il socialismo se non l’unità finale della società intera in un mondo di liberi ed eguali? I comunisti combattono chi divide e le divisioni, lavorando per superarle. Questo insegnamento Ennio lo praticava giorno per giorno, e quando ci sorprendeva in critiche sterili e divisive, subito ci prendeva sottobraccio e ci spiegava dove e perché stavamo sbagliando. Mi ricordo quella prima volta in cui gli manifestai il mio interesse verso la figura di Pasolini e lui, pacatamente, con la forza degli argomenti, mi spiegò che Pasolini ci dava un modello di “intellettuale staccato dalle masse” che non serviva. Così, partito da Pasolini, sono arrivato grazie ad Ennio a Gramsci, Gobetti e Matteotti. Questa triade è uno dei frutti più preziosi che Ennio ci ha lasciato. Oggi Ennio sarebbe contento di ascoltare lo scritto di Gobetti su Matteotti, e noi ci colpevolizziamo per averlo scoperto troppo tardi, per non averci visto subito un testo essenziale per la formazione di un comunista al servizio della classe operaia. Ma Ennio ce lo ripeteva sempre, quel messaggio che Gobetti estrae dalla vicenda politica di Matteotti,  che “I comunisti lavorano per conto terzi” e non per se stessi come “i monopolisti”. Ed Ennio ripeteva sempre “lavorare, lavorare, lavorare!”, animato da un profondo amore, questa è la parola giusta, nei riguardi dei lavoratori. “Quando parlava il compagno Antonio De Sanctis, operaio e partigiano, tutti nella sezione stavano zitti e ascoltavano quello che diceva lui”: in questo piccolo aneddoto che Ennio ci raccontava c’è tutto il senso dell’essere comunisti, ma molti di noi oggi si permettono di liquidare la Cgil, dunque i lavoratori che vi stanno dentro, con aggettivi sconclusionati come “riformista” o addirittura “filopadronale”. Molto altro si potrebbe dire di Ennio, ma questo sito del Centro Gramsci e le pubblicazioni del Centro Gramsci sono Ennio. Chi lotta per la pace è Ennio. Chi aspira alla giustizia sociale è Ennio. Gramsci è Ennio.


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di Maurizio Ceccio

“Questo è il racconto autocritico di una sconfitta comune.
Anche per ragioni di salute e sbagliare meno, occorre il contributo di tutti, soprattutto dei diretti interessati.
Uno scritto collegiale per esprimere il profondo legame organico tra il lavoro, la vita e la lotta per la conoscenza e l’emancipazione della società.
Su questo legame è sorta, lenta e profonda, la nuova società della democrazia e del socialismo. […] Il monopolismo (privato n.d.r.) disgrega il lavoro, le famiglie e i partiti per colpire queste fondamenta e perpetuare il suo dominio.
Da sempre, esso favorisce uomini soli da corrompere: presidenziali, saltimbanchi e masanielli.
Usando la nuova comunicazione di massa, strumento della viva partecipazione democratica, da una necessità può nascere una virtù. […]
Sarà un libro condiviso di esperienze vissute e approfondite insieme.
Raccontiamo la storia vera delle vecchie Unioni per aiutare le nuove generazioni a costruirne di più solide, di più utili e di più belle.”
Questo è un estratto dell’introduzione dell’opera incompiuta “UNIONE” di Ennio Antonini. Questo è Ennio Antonini.

In una società che sembra aver perso la bussola (oltre che la il senno), manca incommensurabilmente la sua analisi lucida e puntuale della situazione reale.
La sua preparazione, i suoi studi continui dei fatti storici, erano cibo per la mente.
Ogni sua considerazione si trasformava in un banchetto luculliano al quale servirsi voracemente.
Almeno, per me era così.
Ennio Antonini era (e sempre sarà) un acutissimo intellettuale organico della classe operaia che ha fatto della lotta rivoluzionaria per l’unità dei lavoratori uno dei suoi principi esistenziali.
Ho avuto il privilegio di conoscerlo nel 2011, perciò non ho vissuto tutte le fasi della sua vita a differenza di altri compagni del Cge, perciò posso ricordarlo “solo” come educatore gramsciano.
Studioso cosciente del socialismo scientifico, suo sforzo costante, unitariamente al lavoro di elaborazione del Cge, era lo sviluppo (non dogmatico) della teoria rivoluzionaria marxista-leninista-gramsciana; la costruzione di un ampio Fronte democratico per la Pace e il Progresso dei popoli; lo sviluppo della lotta di classe e l’emancipazione della classe operaia.
Nonostante gli ingombranti problemi di salute, Ennio è sempre stato tra i principali promotori e organizzatori di tutte le attività e di tutti i convegni nazionali del Cge sulla difesa della Costituzione italiana nata dalla lotta della Resistenza al nazifascismo; sulla funzione educativa e dirigente del Partito comunista di Lenin; sulla classe operaia come intellettuale collettivo sociale dei lavoratori, ricercatori e studenti d’avanguardia; sull’Europa come Stato continente, contenente nazioni (una libera unione di nazioni libere); sull’unità delle forze culturali, sindacali e politiche comuniste, socialiste e democratiche per sconfiggere definitivamente il monopolismo privato annientatore di popoli e sull’edificazione dei Nuovi Continenti.
Un riassunto improprio, che non rende certamente giustizia allo sforzo profuso dai compagni del Cge di cui Ennio era l’animatore.
A proposito dell’organizzazione di questi convegni ricordo come lui riponesse molta fiducia nelle energie e nell’entusiasmo dei giovani compagni del Centro poiché, (oltre ad avere più resistenza fisica e mentale) “nella lotta si deve sempre prevedere la sconfitta, la preparazione dei propri successori è un elemento altrettanto importante di ciò che si fa per vincere”.
Immagino che spesso, con me, abbia perso l’infinita pazienza di cui era dotato, ma purtroppo la veemenza (unita all’acerbezza) dei vent’anni mi portavano, con un po’ di presunzione, a credere di avere capito tutto, quando in realtà dovevo solo ammettere la mia ignoranza.
E così, le lunghissime conversazioni telefonie e le lucidissime analisi del compagno Ennio, contribuirono a disciplinarmi e a riempire il mio sacco della migliore farina che potessi immaginare.
L’incrollabile fiducia nell’avanguardia della classe operaia, l’ostinazione nel perseguire il processo di emancipazione del proletariato, la costruzione irrinunciabile del Fronte democratico e la lotta feroce e senza quartiere condotta contro i guerrafondai monopolisti privati, rappresentano l’eredità del compagno Ennio Antonini, che dobbiamo raccogliere e rinnovare affinché possano sorgere le nuove società libere dall’oppressione dell’uomo sull’umanità.
Oggi, a causa della speculazione privata a danno della collettività,  la libertà individuale garantita dalla Costituzione è sotto attacco.
Tramite la propaganda condotta da anni con i mezzi di comunicazione di massa, il controllo fisico delle persone è stato portato ad un livello superiore.
L’emergenza sanitaria causata da un virus influenzale ha assecondato l’istituzione di uno pseudo stato autoritario, a discapito della classe operaia e delle piccole e medie imprese.
Il timore fondato è che questa “emergenza” rappresenti un’opportunità per opprime ulteriormente e disintegrare il tessuto sociale già disgregato.
La lotta di classe continua nelle sue mutevoli forme e noi comunisti, nel solco tracciato dagli educatori del proletariato quale Ennio Antonini era, abbiamo il dovere morale e sociale di resistere e preparare instancabilmente la riscossa.

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