GLI STATI UNITI NELLA BUFERA DELLA LOTTA DI CLASSE di Danilo Sarra ed Erman Dovis

Finalmente sono caduti tutti i veli che nascondevano la vera faccia della grande secolare decantata democrazia americana: una democrazia fondata sull’affarismo, sull’egoismo, sulla sopraffazione del più debole, sull’oppressione delle minoranze nazionali, sulla politica di dominio e sfruttamento delle nazioni più deboli.

Da poche ore sappiamo che il despota monopolista bancarottiere evasore Trump è stato ufficialmente sconfitto in queste importanti elezioni americane, nonostante le grandi manovre, aperte e nascoste, per alterare i risultati elettorali in favore dei repubblicani.

Quello che è innegabile è che il miliardario bancarottiere Trump ha ricevuto una sberla elettorale potente quanto uno tsunami: uno tsunami iniziato quattro anni fa in centinaia di località e città, quando migliaia di operai e cittadini avanzati manifestarono contro la sua nomina. In questi anni di trumpismo feroce, l’America ha visto nascere importanti movimenti di opposizione al bancarottiere miliardario ed a ciò che egli rappresenta nella sua sostanza di classe. Pochi lo sanno, ma il movimento sindacale negli Stati Uniti ha ottenuto con le lotte massicci risultati come l’ottenimento di un salario minimo per legge, e grazie al suo slancio sono nati movimenti di lotta contro il  sotto-finanziamento cronico delle scuole, movimenti di lotta contro il cambiamento climatico, per il diritto all’assistenza sanitaria, movimenti contro la brutale violenza della polizia. Un esempio in tal senso, che poco si conosce, è l’occupazione popolare del quartiere di Capitol Hill a Seattle, anche con il beneplacito della sindaca democratica, per fornire assistenza sanitaria gratuita ai cittadini e distribuire cibo ai disoccupati. Dentro il Partito democratico si è rafforzata la corrente socialista con nuovi e giovani militanti che non hanno paura di parlare di giustizia sociale ed uguaglianza. Ci sembra poco? No, affatto.

E proprio la classe operaia, la Detroit operaia del Michigan, ha assestato la spallata decisiva a Trump, il quale non riconosce la lezione inflittagli e minaccia di tutto nel caso non prevalga la sua volontà: costui non solo si è proclamato vincitore giorni fa, ma lo ha fatto a spoglio ancora in corso.

Mentre i giudici federali, come quello del Michigan, hanno cominciato a respingere i ricorsi di Trump, i suoi sostenitori girano armati organizzati in milizie squadriste. Questa immagine ci mostra la logica incantatrice della destra di oggi, che è quella di sfasciare gli assetti democratici affermando però di difenderli. Così a Philadelphia, mentre vengono spogliate le ultime schede elettorali, la polizia sventa un probabile attacco terroristico ad opera di Qanon, un’organizzazione neonazista; e Trump, ancora Presidente ma perdente, invece di frenare seguita a berciare di un’inesistente complotto ai suoi danni, accrescendo così disordine, irrazionalità e violenza incontrollati. Come analizzato dal Centro Gramsci (http://www.centrogramsci.it/?p=507) con l’elezione di Trump si è aperta una nuova fase nella storia contemporanea nell’epoca della crisi monopolistica; è la fase in cui l’estrema destra si organizza e si coordina a livello internazionale e nel suo epicentro politico economico un miliardario monopolista viene eletto direttamente alla guida del paese, senza mediazione alcuna e senza maschere. E’ la fase che ci descriveva il compagno Ennio Antonini parlandoci di fase politica e culturale molto oscura, pericolosa, che viaggia forte verso un ritorno a scenari feudali, di assolutismo e violenza squadrista come fattori di stabilizzazione.

Il monopolismo assolutizza il potere economico: l’Etat c’est moi; il resto tutti al soldo, disorganizzati, soli e chini.

Di fronte a questa offensiva di tipo nuovo, fondamentale è difendere lo stato democratico liberale (parallelamente alla costruzione delle organizzazioni della classe operaia), anche se magari non è quello che vogliamo noi ma è comunque una tappa e una garanzia di agibilità per i lavoratori e le lavoratrici: a maggior ragione quando gli assalti provengono da spregiudicati milionari spalleggiati da organizzazioni neofasciste, mentre la maggioranza dei cittadini chiede semplicemente che ogni singolo voto venga contato.

Certo, ci sarebbe piaciuto, nel mondo ideale,  assistere ad una contesa elettorale tra Donald Trump e Bernie Sanders, con quest’ultimo al posto del “moderato” Joe Biden. Avremmo sentito parlare di “socialismo”, di “sanità pubblica”, di rifondazione dell’american dream nella direzione della solidarietà e dell’uguaglianza.  Ma così non è stato. Ma basta questo per dire che  l’elezione di Biden o di Trump sia la stessa cosa? No, evidentemente. Donald Trump non è semplicemente un candidato repubblicano: è il monopolista proprietario della Trump Organization, con la quale detiene quote azionarie in molte multinazionali e banche d’affari statunitensi, nonché investimenti in buoni del tesoro della Federal Reserve.

Trump non è legato al mondo degli affari privati, ai Morgan e ai Rockefeller, come può esserlo un interlocutore qualsiasi, ma ne è parte integrante e componente attiva, diretta, cristallina. Incarnando quel mondo, egli dev’esserne certo uno strenuo difensore, se non il migliore dei difensori possibili. Quando allora discutiamo del suo programma politico, di ciò che ha fatto e che non ha fatto, dobbiamo per forza considerare questo aspetto della sua posizione sociale se non vogliamo sfociare nel qualunquismo, perché quest’ultima è necessariamente una premessa della sua funzione politica.

A tal proposito ricordiamoci di cosa scrisse il compagno Fosco Dinucci su Nuova Unità del 19 settembre 1978: ” Agnelli ha dichiarato che l’impegno politico degli uomini Fiat è stato sempre vissuto con lo sguardo fisso alla Fiat, con l’intento di giovare all’azienda e al suo sviluppo. Del fatto che solo apparentemente il “cittadino” Agnelli dispone di un voto uguale all’operaio Fiat è forse il caso di ricordarsene soprattutto quando si affrontano i nodi di politica economica.”

Tuttavia, nonostante la quadriennale politica a favore dei ricchi, Trump ha ottenuto milioni di voti di consensi. Possiamo allora negare che questi consensi dipendono anche dall’adesione consapevole ed inconsapevole di svariati gruppi sociali, o di pezzi di essi, a quel mondo affaristico privato che Trump incarna, e che egli sia dunque visto come un argine al fiume del “socialismo”? Evidentemente, per molti negli Stati Uniti, il “socialismo”, poiché tale viene opportunamente rappresentato, è l’assoluto male da scongiurare, la presenza fantasmagorica incombente. La conferma ci arriva dalla recente storia nordamericana dal primo dopoguerra ad oggi, dove la lotta al comunismo è stata condotta sia sul piano culturale che su quello politico effettivo, a livello nazionale ed internazionale. E come potrebbe essere diversamente se proprio gli Stati Uniti sono stati la madrepatria del fordismo e sono la attuale sede geografica della più grande società di investimento al mondo, la BlackRock? Il “culto della nazione” e la divisione “razziale”, tanto marcati negli Stati Uniti, assumono una connotazione chiara e distinta se compresi nel quadro della storia economica di un Paese, dove in seno all’intero processo si generano immani forze produttive, tuttora scarsamente sindacalizzate, legate all’iniziativa e all’interesse privati: un costante fluttuare tra piena occupazione e masse di disoccupati, spaventose ristrutturazioni industriali, crisi finanziarie, milioni di morti e di disperati sul campo.  Non potendo più cavar superprofitti dal dominio coloniale del secolo scorso e con l’acuirsi di tutte le contraddizioni del sistema di produzione capitalistico,  Trump ha riesumato la vecchia politica della guerra doganale e delle guerre commerciali, soprattutto nei confronti della Cina socialista.

Trump non solo non ha ritirato le truppe come declamato, anzi ha aumentato l’invio di militari ed ha intensificato le operazioni militari in corso:  accordi con l’Iran stracciati, superbomba sganciata in Afghanistan poco dopo la sua elezione, assassinio del generale iraniano Solemaini e raid con l’utilizzo dei droni, ritorno ad una politica aggressiva verso Cuba dopo la distensione voluta da Obama,  guerra di bassa intensità condotta nel resto dell’America Latina; l’uscita dall’accordo di Parigi sull’ambiente, il non riconoscimento del Trattato di non proliferazione nucleare, riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele; nell’ambito del coronavirus, attacchi frontali alla Cina e alle organizzazioni sovranazionali come l’Oms, sul fronte interno la scioccante politica anti-migratoria con crudeli separazioni familiari, il taglio ai sussidi sociali ed ai programmi di aiuto ai poveri, picconate ai movimenti organizzati dei lavoratori, razzismo, il perenne linguaggio da gangster e la repressione delle manifestazioni antirazziste e democratiche negli Stati Uniti. Altri quattro anni di Trump alla presidenza, dove ci porterebbero? La sua presidenza ha i tratti della preparazione di una guerra su più vasta scala, ad un livello successivo. “Make great America again” ( fare di nuovo più grande l’America) sì, ma per chi? Per i magnati dell’alta finanza e per il sistema guerrafondaio militare industriale? O per i lavoratori e per le lavoratrici? Per le vittime della ininterrotta crisi del monopolismo?

Siamo obbligati, in quanto gramsciani, a rifuggire gli astrattismi della volontà dei superuomini . Ciò che riteniamo giusto deve essere anche oggettivamente reale, inerente al processo storico in atto, stare con i piedi per terra, altrimenti è pura fantasia . Chi non avrebbe allora voluto Sanders al posto di Biden? E come possiamo sostenere che Biden e Trump “siano la stessa cosa”? Il primo è l’espressione certo contraddittoria della parte più viva e onesta della società statunitense che lotta contro la corruzione, contro  l’oppressione del popolo afroamericano, per migliori condizioni di vita e di lavoro; il secondo è l’espressione della parte più reazionaria e nazifascista della società americana.  A Detroit i lavoratori del sindacato dell’auto Uaw votano Partito Democratico, mentre i paramilitari di estrema destra degli Oath Keepers girano armati in nome di Trump, vero e proprio paladino della libera circolazione delle armi da fuoco; Il Partito Democratico rielegge alla camera la giovane socialista Alexandria Ocasio-Cortez, mentre  Trump avalla le assurde posizioni complottiste dei neonazisti di Qanon, come la neoeletta Greene. Con le ultime elezioni, il fronte progressista registra un peso sempre più fattivo in seno al Partito Democratico, avendo peraltro giocato un ruolo fondamentale nella stesura del “Piano di Biden per potenziare la contrattazione collettiva, i sindacati e l’organizzazione dei lavoratori”. Questo fattore, unito alla tantissime lotte sociali e civili di questi quattro anni, hanno determinato la vittoria di Biden: è  una vittoria che va giudicata nel suo complesso appunto,  andando oltre il personalismo formale  che si ferma all’immagine del candidato in sé. E’ decisamente  un passo in avanti per i lavoratori e per la popolazione in generale, rispetto alle politiche antisindacali e repressive di Trump, che intanto, disseminando false notizie come d’abitudine, si rifiuta di lasciare la presidenza. Se poi anche il governatore dell’Arizona, repubblicano, sconfessa le autoritarie pretese trumpiane di autoproclamarsi vincitore con lo spoglio ancora in corso, è questo l’ennesimo segnale che Trump è un intruso. Negli Stati Uniti, patria del movimento del “We are the 99 percent” e di “Occupy Wall Street”, la crisi del sistema economico monopolista è marcata più che altrove: questo fattore va considerato, e Trump, un miliardario golpista alla Casa Bianca, ne è il sintomo di un’ulteriore recrudescenza.

Così, abbandonando una certa retorica fuori dalla storia, senza valutazioni sommarie e frammentarie, guardando alla situazione americana capiremo quanto oggi sia complesso ma indispensabile un vasto e unitario movimento di classe e di massa, sindacati e partiti, per la pace, per il lavoro, per i diritti civili e sociali, per la democrazia, contro il fascismo dei miliardari sempre più ricchi e spregiudicati come Trump.

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