1921 FONDAZIONE DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO di Piero De Sanctis

Durante il XVII Congresso del Partito socialista Italiano, che si tenne a Livorno presso il teatro Goldoni dal 15 al 21 gennaio del1921 con la partecipazione di 2500 delegati, si scontrarono le tre correnti fondamentali che da anni  si erano costituite all’interno dello stesso partito: la corrente massimalista-unitaria ( guidata da Serrati ), la più numerosa e forte, favorevole all’Internazionale comunista ma con molte riserve, ebbe 98028 voti; la corrente comunista ( guidata da Gramsci e appoggiata dall’Internazionale ), ebbe 58783 voti; la corrente riformista ( guidata da Turati e contraria ai principi dell’Internazionale ), ebbe 14685 voti.

La corrente comunista, formata dagli astensionisti della frazione di Bordiga, dagli elementi raggruppati attorno all’ “Ordine Nuovo” e all’”Avanti!” piemontese, preso atto della vittoria dei massimalisti-unitari, abbandona la sala del teatro al canto dell’Internazionale e si trasferisce al Teatro San Marco, scortata da numerosi operai e giovani rivoluzionari che avevano assistito ai lavori del congresso, per procedere alla costituzione del Partito Comunista d’Italia, quale sezione dell’I.C.. In un clima di grande entusiasmo e combattività si svolge al Teatro San Marco il 1° Congresso del partito. Di fronte a tanta calorosa partecipazione, i riformisti e i massimalisti unitari, rimasti soli, si precipitarono a votare un documento col quale si impegnavano ad accettare, senza alcuna riserva, « i principi e i metodi comunisti ». Si trattava naturalmente di un espediente tattico momentaneo per arginare la fuga dei lavoratori verso i comunisti. A Turati, che non è d’accordo con il documento, Modigliani sussurra:« lascia correre! Tra sei mesi nessuno ( nella direzione del Psi, ndr ) parlerà più della Terza Internazionale ».

Al 1° Comitato Centrale vengono eletti 15 membri: Belloni, Bombacci, Bordiga, Fortichiari, Gennari, Gramsci, Grieco, Marabini, Misiano, Parodi, Polano (rappresentante della Federazione Giovanile ), Repossi, Sessa, Tarsia, Terracini. Il punto di vista della III Internazionale fu sostenuta dal delegato della stessa I.C. Kristo Kabakcev, che assunse la presidenza del Congresso.

« Il Congresso di Livorno – dirà Gramsci alla vigilia dello stesso – è destinato a diventare uno degli avvenimenti storici più importanti della vita italiana contemporanea. A Livorno sarà finalmente accertato se la classe operaia italiana ha la capacità di esprimere dalle sue file un partito autonomo di classe, sarà finalmente accertato se le esperienze di quattro anni di guerra imperialista e di due anni di agonia delle forze produttive mondiali hanno valso a rendere consapevole la classe operaia italiana della sua missione storica…..Il distacco che avverrà a Livorno tra comunisti e riformisti avrà specialmente questo significato: la classe operaia rivoluzionaria si stacca da quelle correnti degenerate del socialismo che sono imputridite nel parassitismo statale, si stacca da quelle correnti che cercano di sfruttare la posizione di superiorità del Settentrione sul Mezzogiorno per creare aristocrazie proletarie, che accanto al protezionismo doganale (forma legale del predominio del capitalismo industriale  e finanziario sulle altre forze produttive nazionali) avevano creato un protezionismo cooperativo e credevano emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo lavoratore ».

In questo articolo, appena citato, del 13 gennaio 1921, Gramsci vede con chiarezza quali sono i temi, problemi e i principi fondamentali che si scontreranno durante il Congresso. Una nuova concezione del mondo, libero dalla schiavitù capitalistica si era ormai incarnata nella rivoluzione d’ottobre del ’17. Le idee e la teoria del socialismo scientifico espresse con mirabile chiarezza e lungimiranza da Marx e Engels settanta anni prima nel Manifesto del ’48, finalmente si trasformarono in realtà con la costruzione del primo Stato socialista. Ecco lo sfondo storico-politico-filosofico sul quale si colloca il Congresso di Livorno. La lotta, tra il nuovo che avanza e il vecchio che non vuol morire, non poteva non assumere , quindi, la forma di uno scontro politico violento tra la concezione opportunistica della socialdemocrazia tedesca della II Internazionale e la concezione comunista rivoluzionaria leninista della III Internazionale.

D’altra parte, qualche anno prima, le concezioni opportunistiche avevano già procurato notevoli fallimenti in alcune nazioni europee. Nel novembre del 1918 scoppia la rivoluzione in Germania che porta il partito socialista al governo che invece di dare il potere al proletariato devia il movimento verso l’elezione di una sterile Assemblea Costituente distaccata dalle masse, cedendo così tempo prezioso alla riorganizzazione delle sbandate forze militariste che nel gennaio del 1919 guidavano la ferocia repressione contro il movimento operaio tedesco.

In Ungheria, al termine della prima guerra mondiale, nello sfacelo dell’ex impero austro-ungarico, il proletariato era insorto proclamando la Repubblica sovietica. Ma il partito comunista ungherese, nonostante l’opposizione di Lenin, aveva commesso l’errore di fondersi con il partito degli opportunisti del partito socialdemocratico. Questi ed altri esempi erano ben presenti nella mente di Gramsci quando parlava della necessità storica di separarsi dai riformisti e dal riformismo dei Turati e dei Treves.

Ma è lo stesso Lenin a darci le motivazioni più profonde di classe di tale necessità, quando risponde alla domanda di un membro della III Internazionale del perché l’opportunismo in Occidente risultasse assai più forte e solido di quanto non fosse stato in Russia: « Ebbene ciò è dovuto al fatto che i paesi progrediti hanno creato e creano la loro cultura sulla possibilità di vivere alle spese di un miliardo di oppressi. Perché i capitalisti di questi paesi riscuotono profitti molto superiori a quelli che potrebbero ricavare depredando soltanto gli operai del loro paese. Prima della guerra si calcolava che tra i paesi più ricchi, l’Inghilterra, la Francia e la Germania, ricavavano dalla sola esportazione all’estero dei loro capitali, senza contare le altre entrate, un reddito supplementare annuo di 8-10 miliardi di franchi. E’ chiaro che da questa discreta sommetta si può gettare, non fosse che mezzo miliardo, in elemosina ai capi del movimento operaio e alla aristocrazia operaia, per ogni forma di corruzione. Si corrompe per mille vie diverse…E questi miliardi di sovrapprofitto costituiscono la base su cui si regge l’opportunismo nel movimento operaio…Dobbiamo perciò prevedere che i partiti operai europei e americani si libereranno di questa malattia molto più difficilmente che da noi». Parole profetiche, ancora vive dopo cent’anni.  In un articolo de l’ “Ordine Nuovo” del 15 maggio 1919 Gramsci scriveva: «Il riformismo è un lusso dei tempi dell’abbondanza, è la prodigalità di Epulone verso  Lazzaro affamato».

In Italia il capitalismo era più debole e meno sviluppato degli altri paesi occidentali, i possedimenti coloniali più limitati; per cui la borghesia poteva riscuotere i superprofitti solo da saccheggio di tipo coloniale delle risorse del Mezzogiorno e delle Isole. Alle popolazioni meridionali era stato fatto pagare in gran parte il costo della realizzazione delle infrastrutture per l’industria settentrionale.

Appena eletto il Comitato Centrale fu approvato un minuzioso progetto di statuto e vengono prese decisioni relative alla stampa: a Milano uscirà Il Comunista, bisettimanale organo centrale del Partito; l’Ordine Nuovo diventerà il primo quotidiano del Partito, cui si affiancherà Il Lavoratore di Trieste. Dunque, con la scissione e la fondazione del partito comunista a Livorno, fu tracciata una netta linea di demarcazione tra i comunisti e gli opportunisti: si concludeva così tutto un periodo di storia del proletariato italiano e se ne apriva uno nuovo. Dirà Gramsci in un articolo sull’ Ordine Nuovo del 25 settembre 1921: « Così nacque il Partito comunista, prima organizzazione autonoma e indipendente del proletariato industriale, della sola classe popolare essenzialmente e permanentemente rivoluzionaria».

Ma torniamo nella sala del teatro Goldoni e ascoltiamo alcuni passaggi degli interventi dei principali esponenti della frazione massimalista e di quella riformista. Serrati evita accuratamente di parlare dei problemi fondamentali e di sostanza; attacca duramente Gramsci e i rivoluzionari torinesi calunniando la loro azione come « tumultuaria ed autonomistica »; qualifica la lotta per i Consigli di Fabbrica  una « infatuazione » e contemporaneamente difende la linea dell’unità con i dirigenti riformisti. Subito dopo interviene, per i riformisti, Turati il quale senza mascherare le proprie idee afferma: 1) rifiuto della dittatura del proletariato; 2) niente rivoluzione, ma «evoluzione »; 3) niente violenza rivoluzionaria delle masse, perché « la violenza è propria del capitalismo»; 4) il popolo non deve opporre altro alla violenza per « redimersi e imporsi», che «le armi intellettuali»; 5) perciò avanzata gradualistica, pacifica e parlamentare, senza troppi urti  e senza troppe scosse, per mezzo di un’azione riformistica lenta; 6) il comunismo critico di Marx e Engels è superato in Germania come in Italia, come dovunque.

Gramsci, seduto in platea, non interviene al dibattito. Ha affidato le sue idee al delegato dell’I.C. Kabakcev e insieme hanno stilato l’intervento. Ed è proprio Kabakcev ad aprire il dibattito nel secondo giorno dei lavori con una lunga e precisa relazione. Egli pone subito con chiarezza il problema fondamentale che il congresso è chiamato a risolvere, sottolineando l’importanza dello stesso sia sul piano nazionale che internazionale: «nazionale – dice l’oratore – per la definitiva liberazione del Partito italiano da tutte le tendenze pacifiste e riformiste, ereditate dal periodo pacifico dello sviluppo del capitalismo. Internazionale, perché gli occhi del proletariato del mondo intero sono oggi volti verso l’Italia». Dopo la prima riunione del Comitato Centrale, dal suo seno viene eletto un Comitato Esecutivo incaricato di applicarne le decisioni e decide di rivolgere ai lavoratori italiani un appello per spiegare le ragioni dell’avvenuta scissione.

È vero. « La storia di ieri ci parla di oggi ». Ieri venivano sfornati a getto continuo libercoli anticomunisti che consideravano la scissione di Livorno un errore, che condannavano le posizioni politiche di Gramsci e plaudivano quelle di Turati. Oggi, dopo cento anni, si scrivono ancora libercoli anticomunisti, credendo di fare cosa nuova e originale, che considerano la scissione di Livorno una « dannazione » della sinistra, sorvolando e misconoscendo gli stessi scritti di Gramsci sull’argomento. In polemica con quanti sosterranno che la scissione di Livorno equivale ad una scissione della classe operaia, ad un indebolimento dell’unità sindacale dei lavoratori, Gramsci ribatte che la verità era stata esattamente l’opposto. Come negli anni 1919-’20 erano stati proprio i comunisti dell’ “Ordine Nuovo” a battersi in prima fila per l’unità della classe operaia e il movimento del Consigli di fabbrica andava concretamente in tale direzione, così la costituzione del Partito Comunista d’Italia darà un grande impulso alla realizzazione dell’unità dei lavoratori sulla base dei loro interessi di base. In due articoli, il primo del 12 marzo 1921 e il secondo del 14 gennaio 1922, Gramsci preciserà ulteriormente: « La scissione di Livorno avrebbe dovuto avvenire almeno un anno prima, perché i comunisti avessero avuto il tempo di dare alla classe operaia l’organizzazione propria del periodo rivoluzionario nel quale vive ». Ed ancora: «Se al congresso di Livorno i comunisti non si fossero staccati dal Partito socialista, costituendo un partito autonomo del proletariato rivoluzionario, lo sfacelo del Partito socialista sarebbe stato irreparabile, perché avrebbe travolto anche le masse».

Nessun dubbio, dunque, e nessun ripensamento traspare negli scritti di Gramsci circa la validità della scelta compiuta a Livorno. E i tentativi fatti in sede storiografica di presentare un Gramsci che subisce passivamente la scissione di Livorno, non hanno nessun fondamento, ma rappresentano soltanto l’espressione di un proposito politico teso a sminuire il significato storico di Livorno.

 Teramo 21 novembre 2020

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