IN DIFESA DEL MATERIALISMO DIALETTICO. Una polemica che si accese nel 1886 di Piero De Sanctis

Creare una nuova cultura non significa solo fare individualmente delle scoperte “originali”,
significa anche e specialmente diffondere criticamente delle verità già scoperte,
“socializzarle” per così dire e pertanto farle diventare base di azioni vitali,
elemento di coordinamento e di ordine intellettuale e morale.
(Gramsci: Quaderno 11, pag. 1377)

Si tratta di una polemica che anticipa, di qualche decennio, quella sostenuta da Lenin nella prima decade del Novecento contro i sedicenti marxisti russi ed europei, sulle questioni più importanti riguardanti gli ultimi sviluppi delle scienze fisiche e i suoi risvolti filosofici.

Subito dopo la morte di Marx ed Engels (Marx morì nel 1883, Engels nel 1895), l’ondata reazionaria del revisionismo antimarxista di Eduard Bernstein investì tutta l’Europa, Russia compresa. Ma sebbene le due polemiche – quella di fine Ottocento e quella di inizio Novecento – appartengano all’eterna contrapposizione tra l’idealismo e il materialismo, esse hanno tuttavia contenuti e forme notevolmente diversi.

A scatenare la polemica del 1886 fu la contrapposizione di due opposte tesi riguardanti il rapporto che dovrebbe esistere fra la matematica e la fisica: la prima afferma che la fisica conosce il mondo grazie all’osservazione meticolosa e ripetuta sui fatti. La matematica viene dopo l’osservazione e si riduce a scrivere le leggi in forma precisa. In definitiva essa è soltanto uno strumento utile del pensiero; la seconda afferma che nessuna esperienza sui fatti è progettabile senza l’appello a teorie già matematizzate.

La controversia diventa incandescente, dai toni violenti e insultanti, quando a sostenere la prima tesi è il grande fisico inglese Thomson Kelvin (onorato dai suoi contemporanei come un secondo Newton), che accusa – e fa accusare – il non meno grande fisico-matematico il viennese Ludwig Boltzmann ( citato molto spesso da Lenin in Materialismo ed empiriocriticismo come coerente materialista), di essere seguace di una setta filosofica antinewtoniana. Boltzmann è accusato di voler sostituire il pensiero fisico con la deduzione matematica, e di porsi in eresia nei confronti delle regole della ricerca empirica. Ciò implicava che le sue teorie non fossero teorie fisiche ma, semplicemente, pezzi di matematica incapaci di parlare sensatamente del mondo.

Così, verso la fine del XIX secolo, si bollava duramente il complesso di studi teorici con cui uno dei massimi scienziati dell’era moderna, Boltzmann – uno dei più coerenti sostenitori della teoria atomica della materia -, tentava di cogliere e spiegare le leggi sugli atomi e molecole i quali, secondo le dichiarazioni dello scienziato e filosofo Mach, suo contemporaneo, non esistono. Leggi che, secondo molti scienziati del tempo, non erano che congetture vuote e illusioni filosofiche delle quali non era possibile trovare alcuna conferma in sede sperimentale. Ma soprattutto l’atto di accusa contro Boltzmann mirava a negare ogni valore conoscitivo della matematica, in un momento in cui lo scienziato e matematico Joseph Fourier basava tutta la sua teoria della conoscenza del calore sulla matematica secondo il suo motto: i numeri governano il fuoco. Non è superfluo ricordare che lo stesso atto di accusa contro la matematica, dopo qualche decennio, sarà rivolto anche contro la conoscenza fisica ad opera di Croce e Gentile.

Sono questi i prodromi dell’attacco organizzato in Germania nel 1920 per diffamare la teoria della relatività generale di Einstein definita ebraica e comunista, e che fa seguito, a pochi mesi di distanza, a quello sferrato dal fisico Anton von Lenard dell’università di Breslavia ( premio Nobel del 1905), che durante il Congresso degli scienziati e medici tedeschi disse:« all’ebreo manca fondamentalmente la capacità di capire la verità…La fisica ebraica è quindi un fantasma e un fenomeno di degenerazione della fondamentale fisica tedesca».

Ora se è vero che la polemica iniziale fu la disputa sul rapporto matematica-fisica, essa si estese immediatamente all’analisi della conoscenza del calore o del calorico, che prima si riteneva fosse una sostanza. Secondo Fourier l’analisi della conoscenza del calore non era più affrontabile con i principi della meccanica newtoniana. «Quale che sia l’estensione delle teorie meccaniche, esse non si applicano affatto agli effetti del calore. Questi costituiscono un ordine speciale di fenomeni, che non si possono spiegare con i principi del movimento meccanico e dell’equilibrio». Grande merito di Fourier è quello di aver capito che il calore rappresentava un nuovo movimento della materia, non più riducibile al concetto di spostamento meccanico, e come tale abbisognava di nuovi concetti teorici. Per Fourier, in definitiva, l’analisi matematica e la fisica teorica procedono di pari passo, e la verità di una teoria fisica riposa sulla tesi secondo cui «l’analisi matematica ha dei rapporti necessari con i fenomeni sensibili; il suo oggetto non è creato dall’intelligenza dell’uomo, ma è un elemento preesistente dell’ordine universale, e nullo ha di contingente e di casuale: esso è impresso entro tutta la natura». Il rapporto tra l’astrazione matematica e l’osservazione – dice lo storico della scienza Enrico Bellone – «è dunque per Fourier, un rapporto peculiare. Le soluzioni delle equazioni differenziali atti a descrivere i fenomeni relativi al calore sono necessariamente valide se le deduzioni usate per giungere ad esse sono corrette».

A sostenere la tesi di Kelvin contro Boltzmann intervenne anche il fisico inglese Tait (1831-1901), sostenendo che un buon fisico deve essere un buon newtoniano, cioè deve mantenere la mente libera dall’innocua follia degli spiritualisti e dalla perniciosa insensatezza del materialismo. Tait conclude il suo intervento affermando che occorre combattere contro quel terrorismo matematico boltzmaniano che con pagine di formule cela la propria impotenza conoscitiva. Solo l’esperienza ci fa giungere alle cose –dice Tait -, e questa sua fiducia nell’esperienza è la sola fonte di conoscenza. Alla radice di questa fiducia sta un primato della conoscenza empirica che si garantisce da se stessa e che si presenta nella forma di un principio autoevidente, preservandoci di essere fuorviati dall’errore di chi insiste nei tentativi di indagare sulla natura facendo appello a sole deduzioni matematiche.

La polemica Tait-Boltzmann è dunque un caso esemplare di contrapposizione tra due diversi modi di intendere la conoscenza fisica del mondo, che abbraccia direttamente una serie di considerazioni sulla matematica e sull’esperienza, e che sottendono, in fondo, due diverse filosofie: quella idealistica e quella materialistica.

Boltzmann, oltre ad essere stato un uomo di grande cultura e il fondatore di nuovi rami di ricerca scientifica (come la teoria cinetica dei gas e la meccanica statistica che ci consente di stabilire un ponte tra i processi microscopici e quelli macroscopici e di avere, inoltre, introdotto, già nel 1872, la nozione di quanto di energia), aveva anche una grande preparazione filosofica come si evince dalla raccolta dei suoi scritti:  Scritti popolari. Famoso è rimasto il titolo di una conferenza tenuta nel 1905 alla Società di Filosofia di Vienna: «Dimostrazione che Schopenhauer è un filosofastro stupido e ignorante che scarabocchia cose senza senso e dispensa vacuo parolame, che fa marcire il cervello della gente in maniera fondamentale e duraturo». Naturalmente il titolo della conferenza venne rifiutato diventando semplicemente Su una tesi di Schopenhauer. In una conferenza del 1904 tenuta a St. Louis da Boltzmann, dedicata agli sviluppi dei principi e delle proprietà enigmatiche della nuova fisica, Enrico Bellone scrive:« la nuova fisica delle radiazioni sta facendo emergere, e le modificazioni radicali  che si rendono necessarie al fine di comprenderle, appaiono agli occhi di Boltzmann un segno indubbio della vitalità della conoscenza oggettiva e della debolezza della filosofia». Una tesi questa in totale accordo con quella espressa da Lenin nel1908 nel suo fondamentale libro Materialismo ed empiriocriticismo.

In questo libro Lenin dice: «Tra i fisici tedeschi L. Boltzmann, morto nel 1906, condusse una lotta sistematica contro la tendenza machista. Abbiamo già rilevato che alla “seduzione dei nuovi dogmi gnoseologici” egli contrappose una semplice e chiara riduzione del machismo al solipsismo. Boltzmann, s’ intende, ha paura di chiamarsi materialista e afferma anzi espressamente di non essere affatto contro l’esistenza di Dio (Scritti popolari). Ma la sua teoria della conoscenza, in sostanza, è materialistica. Noi –dice Boltzmann- deduciamo l’esistenza di tutte le cose soltanto dalle impressioni che esse producono sui nostri sensi. La teoria è un’immagine (o una copia) della natura, del mondo esterno».

Per colui che afferma che la materia – continua Boltzmann – è soltanto un complesso di percezioni sensibili anche gli altri uomini sarebbero soltanto sensazioni di chi parla e, dunque, se si vuole essere conseguenti, bisogna negare non solo l’esistenza di altre persone, al di fuori del mio Io, ma anche l’esistenza di tutte le idee del passato. Questi “ideologi” (come Boltzmann chiama talvolta i filosofi idealisti) ci dipingono un quadro soggettivo del mondo. Boltzmann – dice Lenin – tratta a ragione il cosiddetto “nuovo” punto di vista fenomenologico di Mach e compagni come una vecchia assurdità dell’idealismo filosofico soggettivo.

Dunque, questa polemica del 1886tra Kelvin, Tait, Mach, ecc., contro Boltzmann è uno dei tanti episodi della lotta contro il materialismo filosofico. Addirittura Marx, nel 1843, cioè quando Marx cominciava a diventare Marx, il fondatore del socialismo scientifico e il fondatore del materialismo moderno, cioè dialettico, in una lettera a Feurchach dello stesso anno, metteva in evidenza gli indirizzi fondamentali della filosofia.

Questo Schelling – scrive Marx – non è altro che un rodomonte con le sue pretese di abbracciare e di superare tutte le tendenze filosofiche precedenti.  Ai romantici e ai mistici francesi Schelling dice: «Io sono la sintesi della filosofia e della teologia; ai materialisti francesi: io sono la sintesi della carne e dell’idea; agli scettici francesi: io sono il distruttore del dogmatismo». Marx non si lasciò distrarre da nessuno dei miseri sistemetti filosofici. Respinse sprezzantemente il positivismo di Comte, chiamando miseri epigoni i filosofi suoi contemporanei. Si legga, infine, alcune osservazioni filosofiche di Marx nel Capitale – dice Lenin – vi troverete un motivo fondamentale: la difesa del materialismo e la derisione di ogni dissimulazione, di ogni confusione, di ogni ritirata verso l’idealismo.

Boltzmann appartiene alla schiera dei grandi scienziati difensori del materialismo filosofico e, per questo, fu perseguitato e deriso, gli fu tolto l’insegnamento universitario e fu isolato dai colleghi accademici. Morì suicida nel 1906 al termine di una vita travagliata.

Durante l’epoca in cui è vissuto Boltzmann e successivamente, tanti rodomonti si sono alternati sulla scena filosofica europea e statunitense a testimonianza del fatto – come dice Lenin a conclusione del suo citato libro – «che la filosofia contemporanea ha un carattere di parte, come l’aveva la filosofia di due mila anni fa. In sostanza, i partiti in lotta sono il materialismo e l’idealismo, anche se si nascondono dietro nuove etichette escogitate da pedanti e ciarlatani, o dietro una stupida indipendenza delle parti. L’idealismo è soltanto una forma affinata e raffinata del fideismo, il quale resta in armi, dispone di una formidabile organizzazione e continua senza interruzioni a esercitare la sua influenza sulle masse, approfittando di ogni minima oscillazione del pensiero filosofico a suo vantaggio. La funzione obiettiva, di classe, dell’idealismo nelle sue diverse sfumature, le riduce tutte a servire i fideisti nella loro lotta contro il materialismo in generale e, contro il materialismo storico in particolare».

Teramo gennaio 2021

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