IL FASCISMO NON È MAI MORTO di Piero De Sanctis

Sono ormai decenni che l’Europa e gli Stati Uniti, l’Italia in particolare, sono percorsi e assediati da violenti movimenti reazionari xenofobi, razzisti, fascisti e nazisti. Innumerevoli sono ormai i casi e le manifestazioni di aperto fascismo nelle istituzioni della Repubblica italiana nata dalla lotta partigiana di Resistenza. L’ultimo in ordine di tempo è quello accaduto al Consiglio comunale di Cogoleto nel “Giorno della memoria”, dove tre consiglieri del Centrodestra fanno impunemente il saluto fascista.

La nostra rivista Gramsci ha da sempre denunciato, da vent’anni a questa parte, non solo tali rigurgiti fascisti, ma ne ha messo sempre in evidenza le sue radici di classe non disgiunte dal suo odio contro il comunismo. Ma oggi tutto ciò non basta. Da più parti ci arrivano segnali e interrogativi sul perché e come mai, dopo più di settant’anni dalla disfatta del fascismo in Italia e in Europa, esso sia ancora vivo e vegeto? La redazione della nostra rivista è convinta che il fascismo non sia mai morto.

Già nel dicembre del 1944 il grande storico Concetto Marchesi parlò dell’urgenza di una vera epurazione indicando il mondo universitario come luogo di defascistizzazione. Nel febbraio del 1946, alla Consulta, Marchesi provoca un grande putiferio chiamando neofascisti i democratici e i liberali che siedono con lui in quel consesso. Il governo Parri non c’è più. A farlo cadere ci pensarono i liberali, quando ritirarono i loro ministri e, successivamente De Gasperi, ne diede il colpo di grazia con capziosi argomenti. Parri si dimise il 24 novembre del 1945, ma nella conferenza stampa che tenne prima delle dimissioni, lanciò un grido d’allarme contro le prospettive aperte dalla crisi che si possono definire di prefascismo, cioè di preparazione al fascismo. Ora c’è il governo De Gasperi (DC-PLI, fuori le sinistre) ed il tono è cambiato. Si deve proprio al Marchesi la felice definizione “fascismo senza distintivi”. Ecco come lui tratteggia il fascismo su Rinascita del giugno 1947:

Mutato l’aspetto esso penetra- morbido e ingannevole contagio- nei rifugi più numerosi e sicuri e nel nome profanato della Patria, della libertà, della democrazia, della religione, ricostruisce le sue forze che valgono più delle sue insegne. Anche la sua voce, mutato accento, risorge nelle blandizie, nelle finzioni, nelle menzogne, nell’oltraggio, nelle calunnie di una stampa abietta che in larghi strati della popolazione lascia l’impronta della sozzura e del veleno. Questo fascismo senza più distintivi è il più potente nemico contro il popolo italiano.

E, sempre nel 1947, in un articolo per l’Unità dal titolo Parole sfortunate, egli mette in guardia sulla perdurante pericolosità e vitalità del fascismo:

Per la vastità e la profondità delle radici che la generano il fascismo ha infinite possibilità di risorgere sotto molteplici aspetti: oggi risorge con una maschera democratica e antifascista che gli è indispensabile per riprendere la vecchia lotta anticomunista, in quanto il conservatorismo internazionale già da un pezzo concorda in questa sconcia mistificazione del confondere insieme, per comodo inganno, le due forze inesorabilmente nemiche che ormai si contendono le sorti della società umana: fascismo e comunismo, vale a dire, per meglio intenderci, capitalismo e socialismo.

Nel gennaio del 1948 Lelio Basso, nella sua relazione al XXVI Congresso socialista, così poneva la questione del pericolo fascista:

I pericoli del fascismo non sono nelle manifestazioni nostalgiche del passato: non dobbiamo vedere il fascismo in quei piccoli movimenti che sorgono e che noi abbiamo sempre la possibilità di schiacciare, bensì nella involuzione della Democrazia Cristiana, nelle forme totalitarie che sempre più tende ad assumere il governo De Gasperi.

L’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 rinsalda la convinzione nel gruppo dirigente del Partito comunista italiano che il piano di fascistizzazione è ormai a buon punto. Nell’editoriale di Luigi Longo La risposta del popolo, scritto pochi giorni dopo l’attentato, si  dice: « De Gasperi ha rimesso l’Italia sulla strada che porta al fascismo», indicando tutte le tappe già percorse, a partire dal colpo di stato di De Gasperi attuato, subito dopo il suo ritorno dagli Usa nel gennaio 1947 con in tasca cento milioni di dollari, cacciando i comunisti e i socialisti dal governo. Contemporaneamente, nel giugno del 1948, in una drammatica conferenza a Hollywood, Thomas Mann, in relazione agli effetti dell’isteria maccartista, denunciava «la comprovata inclinazione del capitalismo monopolistico a prendere ad esempio il fascismo» nonché « i connotati da Stato di polizia che gradualmente il paese [gliUsa] sta assumendo». Sullo stesso ordine di idee si muoveva un altro esule tedesco – Bertolt Brecht – che aveva già intravisto, quando annotò nel suo Diario di lavoro, «un fascismo americano».

 In Italia, in quei momenti, la questione più impellente era l’ipotesi, voluta e caldeggiata dall’ambasciata Usa a Roma, di mettere fuori legge il Pci attraverso la provocazione dell’attentato a Togliatti con la prevedibile reazione di tipo insurrezionale. Il tentativo di colpire il Pci come forza “non democratica” continuò ad aleggiare ancora per molto tempo. In Germania accadde il contrario. Nella neonata Repubblica federale tedesca la messa fuori legge del KPD (Partito comunista tedesco) venne direttamente pilotata dagli Usa e dagli ex nazisti incastonati nell’apparato statale. Nel celebre intervento alla Camera dei deputati del 18 maggio 1949 Concetto Marchesi così si espresse:

Io non so cosa sperate: nella rinascita del fascismo? Ma il fascismo non può rinascere perché non è mai morto. Il fascismo non è l’assalto alla diligenza governativa in cui crede o credeva l’onorevole senatore Croce, il quale conosce le leggi della creazione, ma si perde dinanzi alla cosa creata! Il fascismo è qualcosa di più ampio e imponente di quanto voi crediate, le sue radici vanno oltre le montagne, passano l’oceano…Il fascismo è dovunque sia un privilegio da conservare, una libertà da sopprimere e una preda da strappare. State tranquilli: le vicende del 1919, del 1920, del 1921 non si ripeteranno…perché i lavoratori italiani, di cui noi comunisti e socialisti vantiamo di essere i genuini rappresentanti, potranno ancora essere uccisi, ma essi hanno già imparato l’esercizio della legittima difesa.

Nel volume La società come milizia di Ludovico Geymonat che raccoglie il testo di una sua conferenza del 1° marzo 1988 relativa ad un’analisi critica della Resistenza si legge:

Certamente il fascismo di facciata è crollato, ma il fascismo vero, quello che si è radicato nelle strutture dello Stato, in una certa mentalità per la gestione del potere, quello che ha creato le proprie gerarchie burocratiche e il proprio apparato di potere, ebbene questo fascismo è uscito pressoché indenne dalla bufera della Resistenza e ha mantenuto intatto il suo potere all’interno dello Stato, delle forze di polizia, delle questure, delle carceri e della magistratura. Questo fascismo più profondo e più pericoloso ha guidato e controllato ancora una volta lo sviluppo postbellico della nazione…Se per esempio pensate alla storia dell’università italiana o, più in generale, alla storia della scuola italiana di ogni ordine e grado potete rendervi conto che la continuità istituzionale ha trionfato  pienamente su tutte le esigenze di rinnovamento e di cambiamento reale…La stragrande maggioranza dei docenti mantenne tutti i diritti e i privilegi dovuti al servizio prestato nel corso del ventennio fascista. In generale fu proprio questo che accadde in tutti i settori dello Stato…Nelle epoche di relativa calma sociale sembra che i padroni della società siano i politici, ma in realtà durante le crisi ci si rende ben conto che i veri padroni di una nazione sono coloro i quali posseggono le ricchezze e coloro che detengono i mezzi di produzione, vale a dire i grandi industriali.

Istituiti dal governo Parri, alla fine di luglio del 1944, sia l’Alta Corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo, che l’Alto Commissariato che doveva occuparsi della devoluzione allo Stato dei facili guadagni dei profittatori di regime, già alla fine dell’anno, si poté constatare il loro progressivo svuotamento e affossamento. E mentre le migliori energie rivoluzionarie erano concentrate a discutere ed a elaborare gli articoli della Costituzione, la nazione riprendeva il suo cammino sulla base dei vecchi codici fascisti e delle vecchie leggi. I tribunali iniziarono a processare e a condannare i partigiani, confermando con ciò che all’interno dello Stato non fu operata nessuna epurazione: rimasero in carica – come dice Geymonat – gli stessi burocrati, gli stessi magistrati, gli stessi responsabili gravemente compromessi con il passato regime.

Il governo De Gasperi si insediò il 9 dicembre 1945. Restò in carica alla presidenza del consiglio per quasi otto anni consecutivi con la protezione americana e col bene placido del Vaticano, la cui politica s’incarnava nei seguenti punti: evitare che la caduta del regime fascista coinvolgesse la Santa Sede, la Chiesa e gli ecclesiastici che più si erano compromessi col fascismo; conservare quanto più è possibile i vantaggi che il Papato e la Chiesa avevano ottenuto con i trattati lateranensi; impedire l’instaurazione in Italia di un regime comunista e arginare la diffusione del comunismo in Italia e in Europa.

L’accentuazione della linea di continuità con lo stato fascista, sia per quanto riguarda l’amministrazione che la politica del personale, si espresse con la sostituzione, attuata dal ministro Romita, di quasi tutti i prefetti e i questori nominati dai CLN nell’Italia del nord. Inoltre, col DLL 8 febbraio 1946, n.22, che abolì l’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, le funzioni di quest’ultimo passarono alla Presidenza del Consiglio che, a sua volta, nel corso di pochi mesi, provvide a liquidare il capitolo dell’epurazione.

Molto si è parlato e, se ne parla tutt’ora da storici poco seri e interessati, della Resistenza come di una rivoluzione «tradita» o «mancata», poiché non si concluse con l’instaurazione del socialismo. Sono tesi che vanno respinte in quanto astratte e cervellotiche. Il fine della Resistenza non era il socialismo, ma quello di una democrazia avanzata, di una democrazia progressiva, capace di intaccare le radici economiche del fascismo (i monopoli industriali, le grandi concentrazioni finanziarie, la grande proprietà agraria). Gramsci aveva individuato come nodo vitale per lo sviluppo dell’Italia contemporanea la questione meridionale affinché si realizzassero radicali riforme sociali e la democratizzazione delle strutture dello Stato in modo tale che la classe operaia e le masse popolari divenissero protagoniste della vita nazionale. Questo nodo storico non è stato sciolto. Esso si ripresenta in ogni profonda crisi sociale e in forme più gravi, come in quella attuale, dilaniata da una pandemia senza precedenti.

Ma ogni realtà sociale è sempre una realtà storica in divenire che può essere migliorata con l’unità della lotta della classe operaia, degli intellettuali avanzati e dei giovani.

 Teramo 10 – 02 – 2021

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