UNO STRANO E CONTROVERSO PREMIO NOBEL di Piero De Sanctis

Sono trascorsi esattamente cento anni dall’assegnazione del Premio Nobel per la fisica ad Albert Einstein. O forse no! Ne sono trascorsi centouno?

Pochi giorni prima che la nave diretta in Giappone, a bordo della quale si trovava Einstein per una serie di conferenze sulla relatività, giunse la notizia che gli era stato conferito il Premio Nobel per l’anno 1921. In effetti, il 10 novembre 1922 fu recapitato, a casa di Einstein a Berlino, il seguente telegramma: «Premio Nobel per la fisica assegnato a Lei segue lettera (firmato)». Lo stesso giorno un identico telegramma raggiunse il vincitore del Premio Nobel per la fisica del 1922 Niels Bohr.

Sempre nello stesso giorno il prof. Aurivillius, segretario dell’Accademia, scrisse ad Einstein: «Come Le ho già fatto sapere telegraficamente, nella seduta di ieri la Reale Accademia svedese ha deciso di assegnarLe il premio Nobel per la fisica per lo scorso anno (1921), in considerazione del lavoro  da Lei compiuto nel campo della fisica teorica, e in particolare per la scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico, ma senza tener conto del valore che verrà attribuito alle Sue teorie della relatività e della gravitazione, dopo che saranno state eventualmente confermate in futuro». Con ogni probabilità il prof. ignorava che l’effetto fotoelettrico era già stato scoperto dal fisico Heinrich Hertz nel 1887 e, che il fisico Willhelm Hallwachs, fu il primo ad occuparsene direttamente nel 1888.

L’escamotage cui ricorse il Comitato, il cui compito era quello di studiare le proposte, di redigere un protocollo delle proprie discussioni e decidere, con votazione a maggioranza, su una raccomandazione da presentare all’Accademia, fu quello di sostenere che la teoria della relatività non era facile da capirsi, ed era stata fatto oggetto di numerosi attacchi da parte di taluni ambienti tedeschi. La relatività non era menzionata nella citazione ufficiale. «Continuava ad essere considerata – dice il grande fisico-matamatico e stretto collaboratore di Einstein, Banesh Hoffmann – troppo controversa, sia scientificamente sia politicamente». Dunque, il Premio Nobel per la fisica nel 1921 non fu assegnato.

Ma Einstein, come abbiamo già detto, era in viaggio nell’ottobre del 1922 verso il Giappone, lieto di sottrarsi ad una situazione politicamente pericolosa per la sua incolumità e, dunque, non poté leggere il telegramma. Era consuetudine che se il premiato si fosse trovato nella impossibilità di ricevere il premio di persona, il premio stesso venisse ritirato dall’Ambasciatore del paese premiato in Svezia. Poiché Einstein era cittadino svizzero, il premio doveva essere, quindi, ritirato dall’Ambasciatore svizzero in Svezia. Ma i tedeschi, consapevoli dell’onore e del lustro che ciò implicava, si opposero sostenendo che Einstein era cittadino tedesco.

Il grande fisico Abraham Pais, il più famoso biografo di Einstein, nel suo meraviglioso e dettagliatissimo libro Einstein Sottile è il Signore, ci racconta la serata della premiazione: «Il 10 dicembre 1922 Rudolf Nadolny, ambasciatore tedesco in Svezia, rappresentò Einstein alla cerimonia della consegna del premio Nobel e, in un brindisi proposto al banchetto tenuto quella sera a Stoccolma, espresse “la gioia del popolo tedesco” che ancora una volta un suo figlio fosse riuscito a realizzare “una conquista per tutta l’umanità”».  Ne venne fuori una lunga schermaglia tra Einstein e la Reale Accademia, che si concluse, nell’aprile del 1923, con una manovra diplomatica: fu l’Ambasciatore di Svezia in Germania a portare personalmente il diploma e la medaglia a Einstein a Berlino. L’importo del premio era di circa 32.000 dollari dell’epoca. Quando Einstein tenne, finalmente, la rimandata conferenza del Premio Nobel in Svezia, ignorò totalmente l’incauta citazione dell’Accademia, sopra ricordata, e poté parlare della teoria della relatività.

Rimane ora da capire come mai Einstein non ebbe il premio Nobel per la relatività, se già, nel 1910, a proporlo per il Nobel fu il chimico-fisico Wilhelm Ostwald, a sua volta premio Nobel del 1909? Candidatura che Ostwald ripropose nel 1912 e 1913 con la motivazione che la relatività (ristretta) «liberava l’uomo da catene plurimillenarie», paragonando l’opera di Einstein a quella di Copernico e di Darwin.  Dopo il 1913, fino al 1919, fu un susseguirsi di richieste per l’assegnazione del Nobel ad Einstein, da parte dei più grandi fisici e matematici dell’epoca. Merita una menzione a parte quella del fisico francese Pierre Weiss che, in una lusinghiera lettera del 1917 (che mai fu scritta in favore di Einstein), definisce la relatività generale, un effort vers la conquete de l’inconnu. E nemmeno la conferma sperimentale della teoria, del 6 novembre 1919, fu sufficiente a far cambiare idea al Comitato.

Approfittando dell’eclissi totale di sole del 29 maggio, furono organizzate due grandi spedizioni dalla Royal Astronomy Society: una a Sobrel in Brasile e, l’altra all’isola di Principe, di fronte alla costa della Guinea, guidata quest’ultima, dall’astronomo Arthur Eddington dell’università di Cambridge, al fine di avere la verifica sperimentale della teoria della relatività generale. Il telegramma che dava la notizia ad Einstein, all’inizio dell’autunno del 1919, diceva: «Eddington ha trovato per lo spostamento delle stelle vicine all’orlo del sole un valore preliminare compreso fra nove decimi di secondo e il doppio di tale quantità. Tanti saluti Lorenz». Solo il 6 novembre 1919, davanti ai membri della Royal Society e della Royal Astronomy Society, l’astronomo Dyson disse: «Dopo un attento studio delle lastre, sono pronto a dichiarare che esse confermano la previsione di Einstein. Il risultato è ben preciso: la luce viene deflessa in accordo con la legge di gravitazione di Einstein».  Il grande fisico J.J. Thomson, che presiedeva la riunione, nonché presidente della Royal Soiety, definì l’opera di Einstein come «uno dei maggiori successi del pensiero umano». All’improvviso, Einstein divenne lo scienziato più famoso del mondo, e le sue conferenze un evento storico.

Il giorno dopo il Times di Londra, pur non sottolineando il legame tra Einstein e la Germania, titolava: Rivoluzione nella scienza e come sottotitoli /Nuova teoria dell’universo/La concezione newtoniana demolita. Il 23 novembre apparve sulla Frankfurter Allegemeine Zeitug un articolo di Max Born dal titolo Spazio tempo e gravitazione. Il 9 novembre il New York Times titolava La luce va storta in cielo. In Italia a dare la notizia fu Il Corriere della sera con un titolo che nulla aveva a che fare con la teoria della relatività: La divinazione di uno scienziato.

Il 28 novembre, Einstein accettò l’invito di scrivere un articolo per il Times di Londra perché ciò gli forniva l’opportunità di comunicare «dopo la deplorevole interruzione delle relazioni fra gli uomini di scienza dei vari paesi…Era conforme alle grandi e fiere tradizioni della scienza del vostro paese che scienziati inglesi dedicassero tempo e fatiche…alla verifica di una teoria compiutamente formulata e pubblicata nel paese dei vostri nemici nel bel mezzo della guerra». Inoltre, al termine dell’articolo, aggiungeva questo sarcastico  commento: «Alcune asserzioni del vostro giornale concernenti la mia vita e la mia persona debbono la loro origine all’accesa immaginazione dell’autore: Ecco l’applicazione della teoria della relatività ai gusti dei lettori: oggi vengo definito in Germania uno scienziato tedesco, e in Inghilterra un ebreo svizzero: se un domani la mia teoria cadesse in disgrazia, i termini si invertirebbero e diventerei un ebreo svizzero per i tedeschi, e uno scienziato tedesco per gli inglesi».

Nei giorni 22, 24 e 26 ottobre 1921, Albert Einstein, tenne tre conferenze presso l’Archiginnasio di Bologna, l’unica città italiana disposta ad ospitare Einstein. Le conferenze organizzate dall’illustre matematico italiano Federico Enriques, ottennero un grande successo di pubblico. Successivamente Einstein si recò presso l’Università di Padova per rendere omaggio all’artefice del calcolo differenziale assoluto Gregorio Ricci-Cubastro. Il giorno 21, alla soirée organizzata a casa Enriques, Einstein incontrò due grandi figure della scienza italiana: il grande matematico Levi Civita e il fortissimo fisico Ettore Maiorana. In generale, sul piano scientifico, l’Italia non era una terra di ammiratori di Einstein, se si esclude un ristrettissimo gruppo di matematici.

La visita bolognese di Einstein favorì, come ci si aspettava, una serie di reazioni sconcertanti, non solo in ambito scientifico, ma anche negli ambienti culturali e giornalistici. I fisici sperimentali consideravano la relatività poco più che una sintesi matematica, incapace di descrivere la realtà dei fenomeni. Buona parte degli astronomi italiani – rappresentati dal teramano Vincenzo Cerulli, decano della comunità e Presidente della Società astronomica italiana, Emilio Bianchi, direttore dell’Osservatorio del Collegio Romano e poi di quello di Milano, Pio Emanuelli dell’università di Roma, e tanti altri – si attestarono su posizioni fortemente scettiche e ostili alla teoria, optando per una difesa ad oltranza della legge classica della gravitazione. Ma, il Cerulli andò oltre, avventurandosi in un giudizio a dir poco sbrigativo e inconsistente della relatività vista come «una crisi degenerativa» della fisica. Perfino Mussolini scrisse un corsivo di prima pagina, Relativismo e fascismo su Il Popolo d’Italia del 22 novembre del1922, in cui associava il relativismo al fascismo!

Divenuto celebre e autorevole in tutto il mondo, Einstein poté dedicarsi con maggiori energie, rispetto a quelle date in gioventù, alla causa del pacifismo, della democrazia, dell’internazionalismo e del socialismo. E, forse la risposta alla domanda posta all’inizio di questo articolo, sul perché Einstein non   ebbe il premio Nobel per la teoria della relatività nel 1921, vada ricercata proprio in questo suo essere, allo stesso tempo, scienziato, filosofo e politico. A lui non sono state mai perdonate le sue simpatie per la Rivoluzione d’ottobre del ’17, né quelle per la Repubblica di Weimar del novembre del 1919. Nel dicembre del 1920, insieme ad altre importanti personalità – tra gli altri il drammaturgo George Bernard Shaw, lo scrittore H.G. Wells e Sigmund Freud – firmò un appello contro la repressione politica scatenata in Ungheria dal governo di estrema destra che aveva cancellato la breve esperienza comunista di Bela Kun. Negli anni successivi, fu tra i fondatori di un’organizzazione internazionale di soccorso proletario, nata per portare aiuto alle popolazioni russe afflitte dalla carestia, e di un’associazione di amicizia con la Russia sovietica.

Quando Hitler prese il potere Einstein, che stava tenendo conferenze all’estero, decise di non tornare più in Germania. A Berlino furono confiscati i suoi beni e, le sue opere finirono tra le fiamme del fanatismo nazista che le valutava di natura ebraica. La sua fisica fu definita «giudaica» e «bolscevica».

Dopo l’esplosione delle due bombe atomiche americane a Hiroshima e Nagasaki, Einstein divenne uno dei principali punti di riferimento mondiale per tutti coloro che si battevano affinché le nuove armi fossero bandite e l’umanità trovasse forme di convivenza non regolate dal terrore atomico. Una settimana prima della sua morte, avvenuta il 18 aprile 1955, aveva scritto, insieme a Bertrand Russell, un manifesto pacifista che denunciava la corsa agli armamenti atomici, e che si chiudeva con una domanda: Vogliamo porre fine al genero umano; o l’umanità rinuncerà alla guerra?

 

Teramo 26-06-2022

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