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IL GIOVANE GRAMSCI

Il ritrovamento e la pubblicazione nei giorni 24, 25 e 26 giugno scorso, di tre temi che Gramsci svolse durante l’ultimo anno del liceo classico di Cagliari nel 1911, costituiscono, indubbiamente, un evento storico-politico di notevole portata, che getta nuova luce sulla nascita e lo sviluppo del suo pensiero negli anni maturi.

Il fortuito ritrovamento dei tre temi è avvenuto a casa di un vecchio comunista milanese: Francesco Scotti, antifascista della prima ora, condannato dal Tribunale Speciale fascista, combattente della guerra di Spagna, comandante partigiano e primo segretario della Federazione di Milano dopo la Liberazione.

Nel 1911 Gramsci aveva vent’anni. Era nato ad Ales (Cagliari) il 22 gennaio del 1881. Negli ultimi anni dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, si manifestarono nel mondo alcuni fatti importanti destinati a caratterizzare tutto il XX secolo: l’industrializzazione si diffuse in nuove nazioni, tra cui l’Italia; il progresso tecnico – scientifico fece passi giganteschi; accanto alle industrie tessili e siderurgiche, sorsero l’industria chimica e quella elettrica, mentre la scoperta del motore a scoppio a benzina, fece sorgere l’industria automobilistica, determinando allo stesso tempo, aspre lotte per la ricerca e lo sfruttamento del petrolio.

Nasce la fase imperialistica del capitalismo, caratterizzata dall’esportazione del capitale finanziario e del suo dominio mondiale. Notevole è l’espansione dell’influenza degli Stati Uniti, che alla fine del XIX secolo avevano iniziato la colonizzazione nei Caraibi, nel Pacifico e in Estremo Oriente, mentre nel 1900, il Continente africano era già stato ripartito tra le maggiori potenze europee.

L’Italia, nonostante una lieve ripresa economica durante gli ultimi anni del XIX secolo, fu attraversata da lotte sociali e politiche molto aspre. Le retribuzioni del proletariato scesero sotto il livello di sussistenza, tanto che nel 1898 bastò un brusco aumento del prezzo del pane per produrre, in tutta l’Italia, grandi sollevazioni di proteste popolari. Rivolte che non furono soltanto contro la fame, ma anche politici: contro l’aumento dei dazi, per la gestione municipale dei forni, contro la corruzione dilagante e per la libertà. Milano fu il centro della rivolta.

Il governo Rudinì, per tutta risposta, proclamò lo stato d’assedio nelle provincie  di Milano, Firenze, Livorno e Napoli, e diede l’incarico di riportare l’ordine, al generale di destra Bava Beccaris. La reazione delle truppe fu rabbiosa, cieca e crudele. Per tre giorni, dal 6 al 9 maggio, divamparono a Milano i tumulti, repressi con mano di ferro dal generale, che impiegò il cannane contro una folla inerme, composta anche di donne e fanciulli. Ottanta furono i morti e quattrocentocinquanta i feriti. Organizzazioni operaie (Circoli, Leghe, Camere del Lavoro, ecc.) furono sciolte. Innumerevoli furono i processi dei tribunali militari. Il re, Umberto I, il 6 giugno 1898, conferì a Bava Beccaris la croce dell’Ordine militare di Savoia, per i «servizi» resi al paese.

Giovanni, il fratello maggiore di Gramsci che, all’epoca del massacro aveva 15 anni, venne a conoscenza dell’eccidio grazie al quotidiano socialista l’Avanti (la cui prima pubblicazione risaliva al 25 dicembre 1896, dopo il IV Congresso del Partito Socialista svoltosi a Firenze nel luglio 1896, durante furono decisi problemi organizzativi di ispirazione marxista). Ma la vera scuola del socialismo a Cagliari fu costituita, per Gramsci, dalle lotte dei minatori del Sulcis-Iglesiente, le cui condizioni di lavoro e di sfruttamento non erano diverse da quelle degli schiavi dell’antica Roma. I contadini e i pastori sardi, assunti in miniera, verificarono sulla propria pelle la bestiale legge del profitto capitalistico. Un medico, intervistato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta ai primi del Novecento, dichiarò: «in numerose autopsie che ho fatto ho trovato i polmoni dei minatori completamente anneriti dal carbonio e le ghiandole peribronchiali completamente infiltrate di fumo di candela ad olio».

Durante i tre anni di studi ginnasiali, dal 1905 al 1908, Gramsci ebbe insegnanti pessimi. In una lettera dal carcere scrive: «Io avevo spiccatissime tendenze per le scienze esatte e per la matematica, da ragazzo. Le ho perdute durante gli studi ginnasiali, perché non ho avuto insegnanti che valessero un poco più di un fico secco». Durante questi anni, disobbedendo al padre Francesco, lesse con assiduità giornali e opuscoli sovversivi, che il fratello Gennaro gli spediva da Torino. Per evitare discussioni con il padre, Antonio chiese al postino che l’Avanti e tutto l’altro materiale gli venissero consegnati personalmente.

Dopo i cinque anni di studi ginnasiali, i primi due in privato a Ghilarza, e gli ultimi tre, come abbiamo visto, decisamente avventurosi, Gramsci iniziò a frequentare, a 18 anni, il liceo Dettori di Cagliari. Si erano sistemati, lui e Gennaro, in una camera d’affitto in via Principe Amedeo. Con grandi sacrifici dovevano vivere con il solo stipendio di Gennaro di cento lire al mese.

All’inizio del secondo anno di liceo, nel 1910, la cattedra d’italiano era ancora vuota per via delle numerose rinunce da parte degli insegnanti designati. Soltanto verso il secondo trimestre fu nominato il professore d’italiano Raffa Garzìa, (un giovane di trentatre anni, irascibile, inclemente con gli imbecilli e i boriosi,  già noto per un suo saggio, Il canto di una rivoluzione, contro i feudatari sardi, ed inoltre, direttore de L’Unione Sarda, che era il quotidiano più diffuso della Sardegna),  affiancato dai professori Costante Oddone di greco e latino di umili origini, e Francesco Maccarone di fisica, militante socialista, che definì Gramsci, celiando, «un fisico grecizzante».  Fu la svolta per il giovane Gramsci.

Ora i suoi compiti erano letti in classe come saggi di stile e di chiarezza intellettuale. Garzìa lo invitava spesso nel suo studio, dove il giovane discepolo poteva accedere a libri scolastici e non scolastici, e ad avvicinarsi al pensiero di Marx. Racconta Gennaro, che una grande quantità di materiala propagandistico, libri, giornali, opuscoli, finiva a casa. Antonio, che il più delle volte passava le sere chiuso in casa, ci metteva poco a leggere quei libri e giornali. Erano i tempi in cui si discuteva sulla Questione meridionale di impostazione sardista, nella quale convivevano giolittiani, socialisti e radicali, mentre Gramsci faceva le prime esperienze culturali. Finita la seconda liceo il prof. Garzìa lo assunse come collaboratore a L’Unione Sarda con la seguente motivazione: «EccoLe la tessera desiderata. Benvenuta la Sua collaborazione: ci mandi ora e in avvenire tutte le notizie di pubblico interesse e Gliene saremo grati noi e i lettori. Mi abbia intanto con sincero affetto».

All’inizio del 1911 Gramsci frequentava il terzo liceo. Molti giornali italiani, tra cui Il Corriere della Sera, avevano cominciato ad interessarsi della Libia.  Questi esaltavano la Libia come una terra promessa, di cui il lavoro italiano avrebbe potuto mettere in risalto le ricchezze minerarie e le risorse agricole. La penetrazione economica italiana in Libia fu affidata al Banco di Roma. A smentire tutte queste false e fantasiose notizie fu Gaetano Salvemini che, in vivacissimi articoli sulla Voce, si scagliò contro l’avventura libica. Gramsci seguiva con grande interesse gli scritti di Salvemini sulla Voce, i cui riflessi in Sardegna si intrecciavano con il sardismo radicalizzato con tendenze separatiste, allora incarnato dal Partito d’Azione.

Ma qual era, in questo ultimo anno di liceo, il grado di sviluppo del suo pensiero storico-politico? Una seria indicazione la possiamo trarre da un tema d’italiano, sempre della terza liceo. Il professore Garzìa malato aveva chiesto l’aspettativa. Gli successe un professore d’italiano, alto e sognante, Vittorio Amedeo Arullani, acuto lettore dei testi classici e, in politica aperto, senza essere di sinistra. Fu con lui che il ventenne Antonio Gramsci fece un componimento sul colonialismo e sui popoli oppressi, degno di grande ammirazione:

Un giorno si sparge la voce: uno studente ha ammazzato il governatore delle Indie, oppure: gli italiani sono stati battuti a Dogali, oppure: i boxers hanno sterminato i missionari europei; e allora la vecchia Europa inorridita impreca contro i barbari, contro gli incivili, e una nuova crociata viene bandita contro quei popoli infelici…Le guerre sono fatte per il commercio, non per la civiltà: gli inglesi hanno bombardato chissà quante città della Cina per i cinesi che non volevano sapere del loro oppio. Altro che civiltà! E Russi e Giapponesi si sono massacrati per avere il commercio della Corea e della Manciuria…La Rivoluzione francese ha abbattuto privilegi, ha sollevato molti oppressi; ma non ha fatto che sostituire una classe all’altra nel dominio. Però ha lasciato un grande ammaestramento: che i privilegi e le differenze sociali, essendo prodotto dalla società e non dalla natura, possono essere sorpassate. L’umanità ha bisogno d’un altro lavacro di sangue per cancellare molte di queste ingiustizie: che i dominanti non si pentano allora di aver lasciato le folle in uno stato di ignoranza e di ferocia quali sono adesso! (Vita di Antonio Gamsci di Giuseppe Fiori, Ed. Laterza, 1977).

Questo componimento del giovane Gramsci mostra chiaramente, insieme agli altri tre di recente pubblicazione, la padronanza dei grandi temi dell’epoca: dall’imperialismo (ampiamente studiato da Lenin nel suo celebre libro L’imperialismo fase suprema del capitalismo), al colonialismo angloamericano, dal sostegno dei popoli oppressi, alla lotta del proletariato per il socialismo. Temi che verranno sviluppati e approfonditi da Gramsci durante tutto il corso della sua vita: dalle Lettere dal Carcere, ai Quaderni del Carcere. Opere che faranno di lui uno dei più grandi studiosi e rivoluzionari comunisti del Novecento.

 

Teramo 06-07-2022

La Redazione

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