DI NASHO JORGAQI, DEL SUO GRANDE AMORE PER L’ALBANIA, DEL SUO AMATO POPOLO di Maurizio Nocera (con scritti di Gino Bleve e Ada Donno)

Così, quando meno me l’aspettavo, Ilir Hoxha mi invia questa mail: «Maurizio, Nasho non c’è più!». Un nodo di dolore mi è salito subito alla gola. Aspettavo di vederlo ancora, magari un’ultima volta ma, a volte, le circostanze della vita si presentano come tiranne e ti impediscono di soddisfare i desideri più impellenti.

Avevo conosciuto Nasho grazie a Nexhmije Hoxha quella volta che, conversando con lei nella sua casa nella periferia di Tirana, sulla strada che porta a Durazzo, me lo aveva presentato come un suo grande amico. Erano presenti Teuta e Ilir Hoxha.

Letterato e scrittore, era nella cerchia dei più intimi amici della Grande Madre dell’Albania. Lo osservai a lungo, ma senza che s’accorgesse degli sguardi che, sotto palpebra, gli rivolgevo. Alto, ieratico come un sacerdote dei grandi templi dell’antico Egitto o dell’antica Grecia, i capelli bianchi, il viso ben rasato, la postura ineccepibile come quella dei grandi scrittori dell’Ottocento, Nasho non amava parlare molto. Erano i suoi occhi che parlavano e che ti dicevano: «Questo va bene, quest’altro non riguarda la mia sfera letteraria». Si vedeva subito che con Nexhmije aveva un rapporto amicale di antica data: bastava uno sguardo e l’intesa fra di loro era raggiunta.

Ho sempre ringraziato Nexhmije per avermelo fatto conoscere. Anche perché, dopo questo primo incontro, ce ne furono altri, sia nella stessa Albania, sia in Salento dove, grazie all’accoglienza dell’editore Gino Bleve, fra le due sponde (solo 70 miglia marine dividono Valona da Otranto) si inaugurò una buona collaborazione letteraria. Più di un libro fu pubblicato dall’editore salentino. Egli era enormemente felice di sapere che in Italia ci fossero persone interessate alla sua vasta produzione poetico-letteraria. Erano quelli i tempi in cui in Italia montava la canea reazionaria dell’anti-albanesità, che accusava Enver Hoxha, il Padre nobile dell’Albania moderna, di qualsiasi meschinità politica. Oggi quegli sbruffoni pseudointellettuali, boriosi “copia e incolla” di false conoscenze internazionali, restano svergognati.

Non faccio i nomi, ma chi sa intendere sa bene chi sono. Certo non ha fatto bella figura neanche l’antologia pubblicata dalla casa editrice salentina Besa, Dal Paese delle Aquile. Racconti albanesi (1991) che ha raccolto i testi di alcuni narratori albanesi, ma escludendo Nasho Jorgaqi. Non so se la scelta sia stata fatta con malizia dal mio amico poeta Fernando Cezzi che l’ha curata e dall’editore, ma vado oltre, perché la Storia rimetterà ogni cosa al posto giusto.     

Sono sotto gli occhi di molti politologi che cosa sia stata l’Albania al tempo di Enver Hoxha: un paese forse povero (ma ci si deve intendere su questo termine), dove però era possibile vivere nel rispetto reciproco. Altro che! E Nasho Jorgaqi, assieme all’altro grande scrittore d’Albania, Dritero Agolli – e non trascuro di aggiungere, fra i grandi Ismail Kadaré, sospendendo il giudizio sulle sue scelte politiche – è stato uno dei più attenti letterati che ha saputo dare dignità culturale al suo popolo.

Basta leggere una delle sue opere più importanti: Jeta e Fan S. Nolit (Ombra GVG, Tirana 2005, pp. 1166), un’ampia biografia politico-culturale di Fan Noli (1882-1965), religioso albanese laureato ad Harvard nel 1912, scrittore, Primo Ministro e Reggente dell’Albania nel 1924 durante la rivoluzione di giugno. La biografia di Fan Noli scritta da Nasho Jorgaqi si ritiene essere quella più completa e scientificamente affidabile.

Nel profilo biografico, scritto dall’arbëreshe Giuseppe Schirò Di Maggio per l’Antologia di scritti albanesi (curata dallo stesso Jorgaqi con la redazione di Dritero Agolli e Ferid Hudhri, segreteria di redazione Teuta Hoxha), pubblicata da Bleve Editore, Tricase 2007, si legge:

            «Nasho Jorgaqi [1931-2022] è nato a Ballsh di Malacastra. Ha compiuto gi studi di lingua e letteratura albanese all’Università di Tirana. Redattore, giornalista, docente di letteratura albanese alla Facoltà di Storia e Filologia. Si fregia del titolo e del grado scientifico di Professore e Dottore di scienze filologiche. Prosatore e studioso della letteratura, biografo, sceneggiatore, descrittore di viaggi, traduttore, curatore di varie antologie. Delle sue opere sono noti i romanzi: L’amore di Mimosa, L’emigrazione dei cuculi; i racconti: Il monastero dell’amore, Il castigo della bellezza; le novelle: Sogni e ferite, La posta lontana; le biografie: Qemal Stafa, La vita di Fan S. Noli. Ha il titolo di Grande Maestro ed è laureato con il Premio della Repubblica. Varie sue opere sono tradotte in lingue straniere» (v. Antologia di scritti albanesi, p. 148).

Bleve Editore pubblicò anche un’altra Antologia della letteratura albanese contemporanea (progetto editoriale di Gino Bleve e cura di Nasho Jorgaqi, Tricase 2007), una sorta di replica dell’Antologia della letteratura albanese (Pellegrini editore, Cosenza, 2007), nella cui prefazione, per la prima volta, Nasho fa una sintesi di quella che è stata ed è la storia letteraria del popolo albanese.

Scrive: «Benché il popolo albanese sia uno fra i più antichi d’Europa e la sua lingua derivi dall’antico idioma illirico, la produzione letteraria vera e propria è cominciata con notevole ritardo, a causa di condizioni storico-sociali quanto mai difficili e complesse. I primi testi scritti in albanese – almeno per ciò che si conosce fino ad oggi – appartengono al secolo XV; è nel 1555 che viene pubblicata la prima opera, il Messale di Gjon Buzuku. […] l’anima creativa degli albanesi, il loro mondo e la loro psicologia, caratterizzandoli, senza mezzi termini, come un popolo pieno d’energia vitale e amore per la libertà. […] Obiettivo della letteratura dell’Indipendenza [dall’impero ottomano] non fu più, come per il passato, il tema patriottico, ma quello sociale. Nelle creazioni letterarie, specialmente in quelle della nuova generazione, gli acuti problemi sociali vennero affrontati con taglio realistico. […] Nel 1939, nel periodo dell’occupazione fascista [italiana] dell’Albania e della resistenza popolare, la letteratura albanese non poteva rimanere insensibile, al contrario: la sua influenza attiva si trasformò in una potente arma di lotta. Le canzoni marziali e d’allarme, gli schizzi, gli sketch, lo spirito e l’umore stigmatizzante, furono le tipiche manifestazioni di quell’epoca».

Nel 1991, Nasho Jorgaqi aveva pubblicato in Italia un altro libro: Lontano e Vicino. Viaggio tra gli Albanesi d’Italia (traduttore Eugenio Scalambrino, Pellegrini editore, Cosenza). Credo che si tratti del più importante libro scritto sugli arbëreshe italiani, ed è il commovente viaggio che lo scrittore compie nei paesi del Sud Italia dove vivono ancora lingua, tradizioni e usi albanesi.

Però, tra le opere di Nasho citate, ce ne sono due alle quali sono molo legato. Opere da Premio Nobel. Tuttavia sappiamo che la commissione scandinava del Nobel spesso non guarda alle opere letterarie serie, ma volge lo sguardo a opere frutto di dissidenza politica oppure raccomandata dagli amici degli amici. Comportamento che non le fa molto onore.

La prima delle opere di Nasho Jorgaqi che mi ha molto impressionato è un’Antologia di racconti e prose. Il monastero dell’amore (traduzione di Eugenio Scalambrino, Bleve Ediore, Tricase, 2002). Contiene un Nota editoriale dell’editore Gino Bleve, che era molto amico di Nasho, in cui si dice:

            «Chiesi alla mia amica Teuta [Hoxha] se conoscesse lo scrittore Nasho Jorgaqi; mi rispose di no: “Non ne ho mai sentito parlare” mi disse. Il giorno seguente ci recammo a bere un caffè al bar Regina Madre nel Parco Nazionale, e lì, ad attenderci, c’era il grande scrittore Jorgaqi. Teuta volle farmi una piacevole sorpresa in quanto, loro due, erano amici da sempre».

In questo stesso libro c’è anche una mia introduzione (Nasho Jorgaqi, scrittore della Memoria), nella quale, ricordando il legame amicale di Nasho con Nexhmije Hoxha, scrivo:

            «Un canto, dolcissimo, sensuale, affettuoso è la scrittura di Nasho, il suo affondare profondo dentro le pieghe dei sentimenti, pur rimanendo egli sempre con i piedi attaccato alla terra, perché è un uomo che conosce il valore della materia, l’essenza del cielo, l’infinita vicinanza dell’eternità. In un altro suo bellissimo libro, Il castigo della bellezza, Nasho scrive: “Sono arrivato sulla cima della collina. Laggiù brilla l’argento degli ulivi. Davanti ai miei occhi, l’eternità mostra la sua immagine. […] Nasho, che a Tirana vive nella casa e nel giardino dei ricordi, mi guarda fisso negli occhi, come per chiedermi “Ma mi posso fidare di te?”, e solo dopo aver constatato che io so essere uomo di fiducia, mi risponde: “C’è una donna in Albania, che ha molto sofferto, che è stata imprigionata, che è stata molto ingiustamente criticata. Penso a lei, alla possibilità di dedicarle un mio lavoro. Penso a Nexhmije Hoxha, a questa donna che, nella sua lunga vita, ha saputo essere potente ma anche umile, proprio come una qualsiasi donna del popolo».

Parole dello scrittore amato dal popolo che hanno poi trovato estensione letteraria. Nella sua introduzione a Il monastero dell’Amore, scrive:

            «Non avrei mai pensato che la mia vita si sarebbe insensibilmente trasformata in una casa di ricordi. Essa è una costruzione straordinaria che porto sempre con me e non sempre sono in grado di definirne i confini. So soltanto che gli spazi della casa dei ricordi si estendono dentro e oltre il mio essere. / In questi spazi io mi muovo come voglio in qualsiasi ora del giorno e della notte, salgo e scendo le scale del tempo e i ricordi si accavallano senza interruzione. / Mi aggiro nella casa della mia vita. / In questa casa dimorano silenziosi i ricordi. Così spersi come sono, si ridestano con una regolarità sorprendente. Il passato giace insonne tra le fessure della casa. Si stende per i corridoi aperti. Scende dalle pareti delle stanze. Si affaccia dal soffitto. Fa capolino agli angoli. Entra ed esce dalle finestre. Apre e chiude le porte e io mi trovo a faccia a faccia con il passato. / Tempo passato, tempo della mia vita. Piena e affollata di persone, avvenimenti, gioie e dolori, essa viene verso di me appena ne sento la nostalgia e il bisogno. Mi porta amore e bontà, serenità e innocenza; ma anche affanni e pene, disinganni e insegnamenti. / Tutto questo porto dentro di me, tutto questo porto nella casa dei ricordi. E non so ancora se sono io a portare essa o essa a portare me!».

Stupenda, meravigliosa, profonda, abissale riflessione del grande scrittore albanese, che non finisce mai di sorprendere.

L’altro libro a cui sono molto legato è L’amore di Mimosa (Traduzione di Jolanda Guazzone Kodra, Il Raggio Verde Edizioni, Lecce 2006) nella cui delicata Prefazione (che riporto quasi per intero data la sua pregnanza), Ada Donno scrive:

            «Quando scrisse L’amore di Mimosa, Nasho Jorgaqi era un giovane promettente scrittore nella Repubblica popolare d’Albania, impegnata a compiere nel più breve tempo uno sforzo gigantesco: costruire una società moderna emergendo dalle macerie della seconda guerra mondiale e da un’arretratezza secolare, nelle condizioni date dall’adesione al sistema socialista e in un contesto complicato dalla divisione del mondo in blocchi contrapposti./ L’arte e la letteratura non potevano non avere grande parte in questo impegno. S’impose (e non solo in Albania) la convinzione che il realismo socialista fosse la scuola migliore e che la dimensione fondamentale di esso non potesse che essere un incrollabile ottimismo riguardo alla capacità dell’Uomo nuovo di superare ogni ostacolo. Si pensava che alla poesia e alla narrativa, che avevano il compito di scandire la progressione delle classi lavoratrici, si addicessero di più i versi vigorosi di “poemi blindati” e le sonorità epiche dei grandi romanzi resistenziali./ Davanti al romanzo breve di Jorgaqi, che raccontava invece l’amore di due giovani studenti contrastato e infine sopraffatto da miseri pregiudizi e convenzionalismi sociali del passato, la critica ufficiale (quella che s’incaricava di sorvegliare che i canoni fossero rispettati alla lettera) storse il naso: era una storia d’amore senza il lieto fine, non c’era l’eroe positivo, le tematiche sociali facevano da contorno alla vicenda tutta privata dei due protagonisti, il partito ci entrava di straforo. Solo qualche voce autorevole si levò a difenderlo. / In compenso, ricorda oggi Nasho Jorgaqi con quieta soddisfazione, il romanzo piacque molto ai lettori più giovani: la storia tenera e malinconica dell’amore sconfitto di Mimosa e Luan li avvinceva e suscitava discussioni appassionate nelle scuole. Evidentemente il suo romanzo coglieva nel segno: e non è questo che fa di uno scrittore un interprete del suo tempo?/ E se i moduli espressivi del realismo socialista richiedevano che la letteratura rispecchiasse i problemi della società e parlasse della gente qual è nella sua quotidianità, delle sue gioie, delle sue preoccupazioni, delle sue lotte e delle fatiche per costruire l’avvenire, il romanzo di Jorgaqi non vi rientrava forse pienamente?/ Col senno di oggi è facile rispondere di sì, com’è facile pensare che l’ostilità di certi critici avesse a che fare piuttosto con una interpretazione ristretta del realismo letterario e con la pretesa di canonizzare la letteratura d’ispirazione proletaria in schemi rigidi, prestabiliti, pensando che la politica potesse dettare le regole alla letteratura e all’arte. Ci sembra di sentire in lontananza gli echi di una polemica consimile, che toccò anche l’intellettualità progressista italiana in quegli stessi anni, quando Italo Calvino stava “a pelo ritto, a unghie sfoderate contro l’incombere d’una nuova retorica”, perché avvertiva nell’aria “il pericolo che alla nuova letteratura fosse assegnata una funzione celebrativa e didascalica”. Le situazioni erano differenti, certamente, ma era sostanzialmente uguale l’esigenza dello scrittore di trovare la propria via poetica: che per Jorgaqi non passava attraverso l’obbligo di rappresentare modelli troppo positivi, troppo perfetti, e vincenti. Anzi, egli sembrava dire, proprio nella rappresentazione di una sconfitta sta l’utilità. / L’amore di Mimosa non è un romanzo d’amore, ma un romanzo sull’amore. L’amore come scoperta di sé attraverso l’altro: è attraverso l’amore per Luan che la giovane Mimosa prende coscienza del proprio esistere, anche se, soggiogata dalla madre, non riesce a difenderlo. Ed è un romanzo sulla giovinezza, l’età nella quale a ciascuno si richiedono le prove per comprendere il senso della propria esistenza, per crescere nella consapevolezza e nella costruzione di sé./ Ma è anche un romanzo sul conflitto generazionale, in cui i personaggi principali personificano i due aspetti della contrapposizione tra il nuovo e il vecchio: laddove il nuovo è rappresentato dal giovane fidanzato di Mimosa, consapevolmente proiettato verso il futuro, e il vecchio dalla madre di lei, ottusamente tradizionalista e dispotica, oltre che priva di qualsiasi sfumatura di tenerezza. In mezzo, stanno l’inerzia di Mimosa e la colpevole pusillanimità del padre. / Con semplicità e leggerezza, tuttavia, l’autore sottrae i suoi personaggi alla tipicità dei ruoli e li vivifica nella immediatezza dei loro stati d’animo: nel contrasto con la madre, la protagonista trova un aiuto equilibrato e maturo in Luan, che cerca di salvarla dall’apatia e, senza essere invadente, la sollecita a prendere in mano le redini della sua vita. Mimosa, però, non riuscirà a rompere il cerchio delle sue paure: perderà l’amore e la possibilità di affermare se stessa./ Se è vero che il contesto storico e sociale resta sullo sfondo della vicenda, in cui si scontrano una concezione arretrata e individualistica e le esigenze sociali della “donna nuova”, tuttavia esso appare come la condizione nuova che può consentire di rompere la continuità tra le generazioni: Mimosa è una cittadina della nuova società che, facendo propri i nuovi valori morali e sociali, deve imparare a contrastare il passato che sopravvive in sua madre. La quale non soltanto ostacola l’amore dei due giovani, ma sottrae anche la figlia, con un espediente meschino, all’impegno da lei assunto volontariamente di prestare servizio nella campagna di alfabetizzazione dei villaggi di montagna, come lo Stato socialista richiedeva ai neodiplomati./ E anche se in alcuni passaggi del romanzo sembra di leggere un’allusione a un certo conformismo giovanile (le amiche di Mimosa che accettano per dovere, ma senza entusiasmo, di prestare il servizio in montagna), prevale nettamente la rappresentazione di una gioventù altruista e generosamente pronta ad andare a lavorare là dove lo richiedono l’interesse del Paese ed il bene del popolo. Con una prosa sobria e scorrevole, soffusa di lirismo e velata di malinconia, Jorgaqi rifrange il racconto negli spazi in cui i personaggi si mostrano nel loro travaglio intimo e nelle loro relazioni sociali, spazi che assumono quasi valenza simbolica: da una parte la cameretta nella quale la protagonista si muove, guscio protettivo e prigione, luogo in cui Mimosa si rifugia per sfogare nel pianto il dolore, ma in cui finisce col cedere all’inerzia e alla rinuncia; dall’altra le aule dell’Istituto, che costituiscono il luogo della socialità, del fervore fattivo e della possibilità di liberarsi./ In questo come in altri suoi racconti, Jorgaqi è animato dall’interesse per la realtà nei suoi vari aspetti: il passato che determina le condizioni del presente, il cuore umano come infinito campo d’indagine (il conflitto che si dispiega nell’animo della giovane protagonista attira l’attenzione dello scrittore, che lo rappresenta per ricavarne qualche verità sul senso della vita e della storia). In fin dei conti, L’amore di Mimosa può essere letto come un romanzo di formazione, seppure in negativo, perché descrive e rappresenta il percorso ritroso di una giovane donna che non riesce a dare “forma” matura e autentica al proprio carattere./ Racconta come, nella ricerca spossante di formare la propria identità attraversando il conflitto con la famiglia, l’angoscia del crescere e il timore del futuro possano finire con l’avere il sopravvento: Mimosa, al contrario di un eroe positivo, non arriva alla meta perché il suo percorso è un cedere continuo al dispotismo della madre antagonista e alla propria debolezza. E, rassegnata alla sua inettitudine, vivrà nel rimpianto. Un’esperienza che certo non si offre come modello. / È questa scelta che è stata criticata. Ma, sulla distanza, è proprio ciò che rende ancora oggi vivo questo romanzo e capace di comunicare emozioni e sentimenti. Il cammino di una donna – sembra dire Jorgaqi – per adattarsi alle nuove condizioni dell’esistenza, non avviene senza un’intima e drammatica lotta. In realtà la stessa dedica del romanzo (“alla mia generazione signora di se stessa e del paese”) dice della fede dell’autore nella gioventù, quella di ieri e quella di sempre. E la bella immagine che, a conclusione del romanzo, simbolicamente rappresenta la sconfitta di Mimosa (“Nuvole di polvere che si alzavano da ogni parte la presero con sé”), non la rinnega».

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