EGEMONIA E PLURALISMO di Piero De Sanctis

La storia non fa nulla non possiede immense ricchezze, non combatte battaglie. Sono gli uomini, gli uomini in carne ed ossa che fanno tutte queste cose, che possiedono oggetti e combattono battaglie. Non è la “storia” ad usare gli uomini come strumenti per raggiungere – come se si trattasse di una persona con tanto di nome e cognome – i propri fini. La storia non è nient’altro che l’attività degli uomini impegnati nel perseguimento dei loro fini. (Marx)
Una delle caratteristiche più importanti della dialettica materialistica è quella di analizzare la realtà da molteplici punti di vista così da avere una maggiore conoscenza dell’oggetto analizzato. Questa semplice regola del metodo scientifico, che ha origine con la nascita del pensiero scientifico del Seicento per risolvere i problemi posti dallo sviluppo del commercio, della navigazione e dell’industria, se bene osservata, ci mostra parecchi indirizzi: essa unisce e divide nella sintesi e nell’analisi, paragona, confronta, rapporta,  misura, scopre e crea nelle diverse scienze, congiunge oggetti e parti di oggetti producendo nuove immagini e rappresentazioni nell’arte.
Per la dialettica materialistica la realtà non è formata da scompartimenti stagni ognuno dei quali non sa cosa succede nell’altro, ma, al contrario, ritiene che il mondo naturale e quello sociale siano interconnessi, così come lo sono il mondo materiale e quello spirituale. Per essa non esistono verità assolute e definitive e corrispondenti condizioni storiche assolute.
L’errore che sovente facciamo oggi nell’analizzare  i fenomeni è quello di non tener conto di quanto detto, ma di cadere, ancora una volta, nel materialismo meccanicistico degli illuministi del Settecento per i quali le “verità” scientifiche e quelle sociali avevano un carattere assoluto e astorico (alla Dea Ragione di Robespierre doveva infatti conformarsi la società francese anche se quest’ultima aveva già presa un’altra strada: quella dell’arricchimento personale), oppure ridurre il materialismo-storico-organico ad una piatta sociologia per la quale sono importanti solo i rapporti intersoggettivi tra gli uomini i quali vengono considerati  totalmente svincolati dalla produzione della loro vita materiale. L’evoluzionismo volgare – dice Gramsci – è alla base della sociologia che non può conoscere il principio dialettico col passaggio della quantità alla qualità, passaggio che turba ogni evoluzione e ogni legge di uniformità intesa in senso volgarmente evoluzionistico.
La sottovalutazione dell’attività pratica rivoluzionaria, in relazione al livello di sviluppo delle forze produttive della società, è ciò che in definitiva distingue il materialismo meccanicistico (sulla cui base si eresse la filosofia del Positivismo), dal materialismo-storico-organico. Tuttavia non possiamo non ricordare, con F. Engels, che il materialismo degli illuministi aprì la strada alla Rivoluzione del 1789 e che non poteva essere che meccanico perché, fra tutte le scienze naturali, soltanto la meccanica dei corpi terrestri e celesti era giunta a un certo risultato conclusivo. Dunque esso è una forma particolare assunta dal materialismo in corrispondenza di un determinato momento storico: quello del secolo XVIII.
Sul finire del secolo XIX e l’inizio del XX, in corrispondenza della nascita della teoria della relatività, della meccanica quantistica e della grande rivoluzione industriale, il materialismo cambiò forma per opera di Marx ed Engels, diventando materialismo-storico-dialettico che considera la storia della natura e quella della società come processi di evoluzione storica. Tra di essi esiste tuttavia una differenza fondamentale: La storia dell’evoluzione della società – dice Engels – si rivela però in un punto come essenzialmente differente da quella della natura. Nella natura –sino a che non prendiamo in considerazione la reazione degli uomini sopra di essa- agiscono gli uni sugli altri dei fattori assolutamente ciechi e incoscienti, e la legge generale si realizza nella loro azione reciproca……Invece nella storia della società gli elementi attivi sono esclusivamente gli uomini, dotati di coscienza, di capacità di riflessione e di passioni ,e che perseguono scopi determinati…..L’insieme degli scontri tra le innumerevoli volontà e attività singole crea sul terreno storico una situazione che è assolutamente analoga a quella che regna nella natura incosciente….Gli avvenimenti storici sembrano dunque, nel loro complesso, dominati essi pure dal caso. Ma là dove alla superficie regna il caso, ivi il caso stesso è retto sempre da intime leggi nascoste, e non si tratta che di scoprire queste leggi.
Solo il genio di Marx è riuscito a disvelare, sotto l’insieme degli scontri tra le innumerevoli volontà diverse e passioni, cosa in effetti si nascondesse. Se è vero che gli uomini fanno la storia ognuno perseguendo i propri fini, è altrettanto vero che è la risultante di queste numerose forze di volontà, spingenti in direzioni diverse, ciò che chiamiamo storia. Il vecchio materialismo meccanicistico non seppe indagare né capire le vere ragioni, le vere forze motrici della storia, capaci di spingere all’azione e di mettere in movimento grandi masse, interi popoli e classi diverse, non per accendere fuochi di paglia, ma per grandi trasformazioni storiche.
Fu necessario arrivare al XIX secolo, con lo sviluppo della grande industria moderna, dell’aristocrazia fondiaria, della borghesia industriale e del proletariato, per capire che nella lotta fra queste classi e nel contrasto dei loro interessi, risiedesse la forza motrice della storia. Una lotta spasmodica  per la vita e per la morte, di natura essenzialmente economica e politica che necessariamente rimandava ad uno studio approfondito delle teorie economiche e sociali. Si capì, finalmente, che tutte le lotte politiche – dice Engels – sono lotte di classe e tutte le lotte emancipatrici  di classe, malgrado la loro forma necessariamente politica –poiché ogni lotta di classe è una lotta politica- hanno come loro perno,in ultima analisi, un’emancipazione economica.  
Nella stretta ed intima unità fra la lotta economica e quella politica, ovvero nella lotta per la produzione, lo scambio e la ripartizione dei beni materiali e per il potere politico ( lo Stato), si innesta la teoria dell’Egemonia di Gramsci che, mentre critica la concezione semplicistica e volgarmente deterministica del vecchio materialismo (secondo il quale  la società socialista si sarebbe fatalmente realizzata), sviluppa e approfondisce l’unità dialettica di struttura e sovrastruttura sulla base della complessità sociale e istituzionale delle moderne società occidentali, rimettendo in primo piano l’attività pratica politica. Egli dice: In realtà si può solo prevedere “scientificamente” solo la lotta, ma non i momenti concreti di essa, che non possono non essere risultati di forze contrastanti in continuo movimento, non riducibili mai a quantità fisse, perché in esse la quantità diventa continuamente qualità. Realmente si “prevede” nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il risultato “preveduto”. La previsione si rivela quindi non come un atto scientifico di conoscenza; ma come l’espressione astratta dello sforzo che si  fa, il modo pratico di creare una volontà collettiva.
Si può dire, concludendo, che tutta l’attività di Gramsci è ispirata da questa visione dell’attività politica, tesa a suscitare in ogni momento di lotta una volontà collettiva che non riguardi soltanto l’unità interna di un partito, per quanto fondamentale, ma una unità che si estenda a tutti gli strati sociali politicamente attivi di cui si compongono le moderne società industriali. Di qui la necessità oggi, per il Centro Gramsci di Educazione,  di sviluppare una politica culturale che tenga conto dello sviluppo e della storia delle società europee nelle quali le lotte di classe hanno sedimentato valori, sentimenti e concezioni culturali, artistiche e letterarie, non riscontrabili in altre società.
Su questa base di mirabile civiltà, ricca di esperienze storiche ed umane, politiche ed economiche, sono fiorite, nel corso dei secoli, le più grandi concezioni scientifiche e filosofiche che hanno trasformato il mondo e consentito a Gramsci di elaborare la teoria dell’Egemonia come riflesso di un movimento storico reale di classi e partiti che, al di là di momentanei contrasti e rotture, cela una sostanziale unità di interessi immediati e futuri che i comunisti, oggi, debbono sapere interpretare ed esprimere al fine di difendere la pace, la democrazia e il socialismo.

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